La forza della scrittura nella "Grande Guerra"

A cura di: Rocco Freda

La forza della scrittura nella "Grande Guerra" L’evento della  Prima Guerra Mondiale è stato il più importante vettore di comunicazione ed emancipazione dell'alfabetizzazione in Italia, più di quanto avesse fatto prima di allora l'istruzione scolastica, rappresentando un laboratorio di pratica di scrittura per milioni di soldati scarsamente alfabetizzati, che ha impresso un’accelerazione fondamentale alla diffusione della stessa.
Ciò, non solo perché ha obbligato grandi masse, generalmente contadini, operai o artigiani (raramente avevano una istruzione oltre la terza elementare) a prendere in mano una matita e quindi a confrontarsi con la forma scritta della lingua, ma soprattutto perché lo fecero in modo simultaneo, concentrato nel tempo e in condizioni precarie.

Si consideri che il tasso di analfabetismo prima della Grande Guerra era molto elevato nella popolazione, ove circa quarantatre italiani su cento non sapevano nè leggere, nè scrivere.
I numeri della scrittura popolare prodotti sul fronte di guerra risultano, visti oggi, impressionanti, e valgono a spiegare come una documentazione essenzialmente privatistica e per corrispondenza, abbia potuto conservarsi fino a diventare documentazione d’archivio.
La frequenza con la quale, infatti, i soldati scrivevano ai propri familiari  è la dimostrazione di quanto fosse urgente la necessità di scrivere e ricevere posta, ove la scrittura rappresentava la possibilità di testimoniare la propria esistenza in vita, di rassicurare i propri cari, ma, allo stesso tempo, svolgeva anche una funzione terapeutica, ovvero quella  di allontanare momentaneamente e virtualmente i soldati dagli orrori della guerra, offrendo loro un rifugio negli affetti di casa, nei ritmi della vita della comunità.

Nel contempo, la scrittura veniva utilizzata come mezzo di resistenza, denunciando la precarietà della propria esistenza e le aberranti condizioni di vita con le quali, quotidianamente, i soldati vivevano, ove le angustie e privazioni venivano descritte soffermandosi anche sui dettagli materiali:  il tormento della pioggia, del fango e del freddo, la sporcizia, la convivenza con pidocchi e topi; vivere in tortuosi cunicoli scavati nella terra, tipico della trincea, convivendo, addirittura, con cadaveri, magari loro stessi compagni per mesi.
La scrittura ha rappresentato, de facto, il mezzo della sopravvivenza, della tenacia, la forza di resistere per narrare quella storia vissuta in prima persona, ove i soldati erano, spesso, spettatori passivi di un destino che li vedeva meri esecutori di ordini imposti che non potevano rifiutare.
Per uomini sconvolti e profondamente segnati dall’esperienza di trincea, scrivere valeva a introdurre un principio d’ordine nel caos del vissuto, un allontanamento, seppur momentaneo, dalla violenza del quotidiano.
Dalle cartoline rinvenute al fronte ve ne erano tante che  lamentavano, inoltre, a dimostrazione del valore che rappresentasse la scrittura, la carenza di carta o altre, contenenti richieste  alla famiglia riguardanti  maggiormente prodotti di cancelleria che non indumenti o generi alimentari, dei quali in trincea non vi era una notevole abbondanza, anzi.

La tenacia con cui i soldati cercavano di rimanere ancorati al loro mondo si riverberava nei riferimenti, precisi e circostanziati, agli affari e al lavoro della famiglia, ricevendo notizie sulla vita e sulla quotidinaità dei propri cari.
Nelle lettere venivano ripresi uno ad uno tutti questi problemi, ove i soldati non si esimevano dal fornire consigli ai propri familiari, esprimendo soddisfazione o disapprovazione per le loro scelte, soffermandosi anche sui minimi dettagli di una quotidianità che avrebbero voluto condividere con loro.
Parallela alla scrittura dei soldati al fronte, vi era poi quella burocratica, propria delle istituzioni militari, che raccontavano di morti, di drammi di salute, di encomi, di condanne capitali per diserzione. Una rete per certi versi nuova, che andava tessendosi tra Comandi, Ministeri, Comuni, famiglie, quale prova generale dell'effettivo funzionamento dello Stato unitario.
Oltre alle lettere per corrispondenza, importanti fonti documentali sono stati anche i diari, appunti e poesie scritti dai soldati al fronte, che annotavano a caldo gli avvenimenti e le loro emozioni, ove, talvolta, ci si trovava anche di fronte ad opere di grande pregio, tanto che alcuni soldati sono poi diventati degli autori importanti, come il poeta Giuseppe Ungaretti.
Durante il periodo bellico si conta che transitarono da e per il fronte, con il ritmo di circa due milioni e settecentomila invii al giorno, quasi quattro miliardi di corrispondenze ordinarie (esclusi pacchi, raccomandate, ecc).
I soldati al fronte per scrivere  dovevano utilizzare apposite cartoline fornite del Regio Esercito, distribuite dalle strutture militari e convalidate con timbri di reparto e col bollo e data dell'ufficio di posta militare di partenza.
Erano le così dette cartoline in "franchigia", perchè esenti dal pagamento delle tasse postali.
La parte anteriore della cartolina era prestampata e aveva appositi spazi riservati ai dati del destinatario e del mittente; sul retro, che era in bianco, il militare poteva scrivere il testo del messaggio da inviare al destinatario.
 
Una volta scritte, le cartoline venivano raccolte da un apposito servizio di posta militare che provvedeva ad inviarle ai centri di smistamento militare; ve ne erano diversi, il principale era a Bologna. In questi centri le cartoline venivano bollate, controllate e poi passavano al vaglio della censura. Terminate queste operazione venivano consegnate al servizio civile per il normale recapito.
Per il percorso inverso, dal paese verso le zone di guerra, le cartoline dovevano avere solo l'indicazione del reparto di appartenenza del militare e l'indicazione generica "zona di guerra" (per motivi di segretezza sul movimento e la dislocazione delle truppe) e nome e grado del destinatario.
Le cartoline venivano raccolte dal normale servizio di posta civile, che provvedeva all'annullo postale, all'apposizione della data e al recapito presso i centri di smistamento militare. (I centri erano in possesso di elenchi aggiornati quotidianamente con lo spostamento delle truppe sui vari fronti o zone di operazioni).
Questi uffici militari dopo aver effettuata la censura e la bollatura delle cartoline le avviavano ai vari reparti per la consegna ai rispettivi destinatari.
 
 
Lettera di un soldato dal fronte.
«Dal fondo da un Trincerone vi scrivo la mia misera vita. Io mi trovo in trincea, alla distanza del nemico a 30 metri. Stiamo qui come i carcerati, dal giorno non si può alsare un dito, la notte stiamo attenti, ai nosti buchi, per non essere presi allassalto. Tutto il giorno e la notte si sente il nemico, che ne dice, venite venite talliani in sieme con noi, quando noi parlamo lori ne schersano, e ne diccono, venite se siete capaci nelle nostre trincee. Guardando fuori dai buchi della nostre trincee, si vede i reticolati pieni di morti, da 5 o 6 mesi fa, e non si può andare a prenderli, si sente una teribile pussa, che non si può risistere, questi li abbiamo davanti a noi»  
 
Pertanto, in un mondo che in quegli anni aveva subito un veloce processo di modernizzazione industriale, ove lo sviluppo era servito a creare una "industria di morte", in cui ciascuno si sentiva solo un piccolo ingranaggio senza importanza, la scrittura divenne il mezzo per narrare la propria esistenza individuale, tormentata e …passata alla storia, rappresentando oggi, più che mai, una ossatura indispensabile al nostro presente.