Profili grafologici dei Padri della Repubblica (premesse storiche)

Autore: Sonia Iannelli

Profili grafologici dei Padri della Repubblica (premesse storiche) Introduzione.
Incentrare una dissertazione di grafologia sulle scritture di personaggi noti rischia di rivelarsi un inutile esercizio di colore, ove non vi siano precisi motivi di interesse a  giustificare una simile scelta. Inoltre, vi è un rischio aggiuntivo, che è quello di lasciarsi influenzare, nell'analisi, da tutto ciò che già si conosce in  merito al carattere del soggetto sulla cui scrittura si lavora. Le pagine che seguono vogliono essere proprio il tentativo di sfuggire a questi due pericoli, per offrire notazioni sul carattere di alcuni personaggi decisivi di un determinante periodo della storia italiana, verificando se l'immagine di essi tramandata traspaia, o meno, dall'esame delle loro scritture.
In merito al primo dei menzionati pericoli, si è scelto di esaminare le grafie dei principali protagonisti della politica italiana in quella difficile e decisiva fase che vide la conclusione della seconda guerra mondiale, la fondazione della Repubblica e il ritorno alla democrazia. Ciò per un motivo ben preciso: in un Paese che usciva da più di venti anni di dittatura ed era ancora coinvolto nel più grave e rovinoso conflitto della storia, solo persone in qualche modo eccezionali potevano trovarsi ad assumere la responsabilità di rappresentare tutto un popolo ancora impossibilitato ad esprimersi democraticamente. In altre parole, solo chi, sulla scorta di indiscutibili doti umane e caratteriali, aveva saputo opporsi al precedente regime e catalizzare energie e credibilità internazionale poteva proporsi alla ribalta politica nella fase della ricostruzione. La dittatura e la guerra, in un certo senso, avevano selezionato la classe dirigente italiana con una severità che non può, per ovvie ragioni, trovare riscontro in quanto avviene nei periodi di pace e prosperità.
Non è dunque un caso se ancora oggi si usa far riferimento ai leaders politici del dopoguerra come ai migliori dell'intera età repubblicana; e non è un caso se disponiamo, su di essi, di una quantità di testimonianze e ritratti che ce li descrivono a tutto tondo, come uomini oltre che come politici.
Essendo impossibile ignorare questi ritratti a noi tutti noti, nel presente scritto si tenterà di operare un raffronto, riassumendo l'iconografia che su ognuno di questi personaggi ci è stata tramandata, per poi confrontarla con i dati che l'analisi grafologica ci rivela, segnalando consonanze ed eventuali divergenze.
 
La fondazione della Repubblica (1943/1948).
Il 1943 fu l'anno che vide emergere, dapprima confusamente, poi in maniera sempre più decisa, una nuova classe dirigente politica in Italia. Il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo, approvando l'ordine del giorno Grandi-Ciano, aveva permesso al re Vittorio Emanuele III di porre fine alla dittatura, arrestando Mussolini e conferendo l'incarico di capo del Governo al generale Badoglio.
L'8 settembre, con la divulgazione dell'armistizio di Cassibile tra Italia e Alleati, l'intera situazione politica risultò rovesciata e in seguito ingovernabile: il 10 settembre il re fuggì a Brindisi, per offrire nel sud del Paese già invaso dagli americani una parvenza di continuità istituzionale, mentre Roma e il centro d'Italia venivano militarmente occupati dai nazisti; il 12 settembre Mussolini venne liberato dai paracadutisti tedeschi sul Gran Sasso e riparò al nord, dove fondò la Repubblica Sociale Italiana di Salò. Il 13 ottobre il Governo Badoglio del «Regno del sud» completava il passaggio di campo dell'Italia, dichiarando guerra alla Germania.
Fu in questo tormentato volgere di eventi che i leaders dei partiti antifascisti diedero vita ai Comitati di Liberazione Nazionale, che nelle zone ancora controllate dai nazifascisti conducevano la guerra partigiana, sotto il comando di «Maurizio» (l'azionista Ferruccio Parri), mentre nel meridione iniziavano a proporsi, nei confronti della Corona ma anche degli Alleati, come i rappresentanti del popolo italiano, legittimati dalla precedente opposizione al fascismo.
Il 27 marzo del 1944, con il ritorno di Palmiro Togliatti dall'URSS, dove era riparato per sfuggire alle persecuzioni fasciste, si dissolse l'ultimo elemento di incertezza, relativo all'atteggiamento che, nei confronti delle istituzioni monarchiche e governative, ma anche degli angloamericani, avrebbe tenuto il maggiore partito antisistema, quello comunista.
Con la «svolta di Salerno», auspice proprio Togliatti, in linea con una pregiudiziale programmatica valida al momento in tutto il mondo, si pose come prioritaria la lotta al nazifascismo, da condurre unitariamente tra tutte le forze politiche ed istituzionali del Paese. Veniva in tal modo accantonata la richiesta di parte repubblicana, socialista ed azionista per un immediato rinnovamento democratico e repubblicano che esprimesse una nuova Costituzione.
L'unità di tutte le forze democratiche e antifasciste, l'accantonamento della questione istituzionale su repubblica o monarchia, l'immediato insediamento di un Governo di unità nazionale divenivano dunque le coordinate su cui si incontravano i partiti del CLN (con l'esclusione del solo partito repubblicano, intransigente su posizioni antimonarchiche), la Corona, gli occupanti Alleati.
Il 22 aprile del 1944 veniva confermato alla Presidenza del Consiglio il maresciallo Badoglio, ma entravano nella compagine ministeriale, al posto dei notabili prefascisti e filomonarchici, i rappresentati dei partiti antifascisti. In seguito, il 18 giugno, con la sostituzione di Badoglio con il vecchio socialista riformista Ivanoe Bonomi, si sanciva definitivamente la prevalenza dei partiti stessi sulla Corona, destinata da quel momento a convivere con essi in uno stato di tensione ora acuta, ora latente, fino al referendum istituzionale del 1946.
A sancire questo passaggio venne l'assunzione del ruolo di ministri senza portafoglio (ossia, giuridicamente, ministri privi di uno specifico ministero da condurre) da parte di uno o più rappresentanti di ogni partito della «esarchia» (Partito d'Azione, Partito Liberale, Democrazia Cristiana, Democrazia del Lavoro, Partito Socialista, Partito Comunista). L'espediente venne replicato anche nel successivo Gabinetto Bonomi, per essere abbandonato solo col primo vero «governo dei partiti», il Governo Parri insediato il 21 giugno del 1945, pochi mesi dopo quel 25 aprile che segnò, con l'insurrezione generale del nord Italia, la Liberazione e il ritorno definitivo alla democrazia. Tre giorni dopo, il 28 aprile, Mussolini veniva fucilato, in circostanze in parte ancora dibattute, a Giulino di Mezzegra, vicino Como. Era la fine della guerra.
Fra il giugno e il dicembre del 1945 l'atteggiamento dei partiti mutò via via con la congiuntura politica del Paese, all'approssimarsi della soluzione della questione istituzionale e delle prime scadenze elettorali.
I comunisti, attenti al rapporto con i cattolici, si mostrarono favorevoli ad un atteggiamento di mediazione, auspicando un blocco dei tre partiti popolari che tranquillizzasse i ceti medi senza precludere un avvenire di riforme anche radicali. I democristiani puntavano a rafforzare il ruolo di interlocutori privilegiati delle potenze occidentali sul piano internazionale, tenendo un profilo basso sulla questione istituzionale (rispetto alla quale avevano un elettorato profondamente diviso) come sugli orizzonti politici (rispetto ai quali non ponevano pregiudiziali rigide). I socialisti oscillavano tra l'appoggio ai disegni comunisti di prospettiva di unità delle forze popolari e la simpatia per le ben più avanzate richieste del Partito d'Azione. Quest'ultimo viveva il disagio di tenere insieme l'intransigenza intellettuale e politica, che era il suo marchio d'origine, con le necessità del compromesso inevitabili in un passaggio storico tanto delicato, oscillando tra proposte di radicale rinnovamento del Paese e grigia routine ministeriale. I liberali rappresentavano la tendenza alla conservazione, offrendo la più convinta sponda agli interessi della Corona e dei potentati economici. La Democrazia del Lavoro, culturalmente e programmaticamente inesistente, viveva soltanto del prestigio personale di Meuccio Ruini, intellettuale e grand commis d'anteguerra, poi Presidente della Commissione dei 75 che stese la Costituzione.
Il 10 dicembre del 1945, con la caduta di Parri, iniziò ad imporsi la stella di Alcide De Gasperi, che cautamente si pose ad intessere la trama del tessuto politico che sarebbe nato da quella caotica fase. I primi mesi del 1946 vennero assorbiti dalla questione istituzionale. Il 9 maggio Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto, tentando di scindere dalle sue personali responsabilità la sorte dell'istituto monarchico. Il tentativo fallì, poiché, seppure tra incertezze e polemiche, il successivo 2 giugno il referendum istituzionale fu favorevole alla repubblica, con uno scarto di circa due milioni di voti.
Contestualmente si svolsero le elezioni per l'Assemblea Costituente, che cancellarono praticamente dalla scena politica il Partito d'Azione e la Democrazia del Lavoro, segnarono il sorpasso dei comunisti sui socialisti (ancora più votati nelle amministrative di pochi mesi prima), indicarono nella Democrazia Cristiana il partito più forte. I partiti storici, liberali e repubblicani, assunsero un ruolo di subalternità, confinati al solo voto d'opinione.
I mesi di elaborazione della Carta costituzionale, tra il giugno del 1946 e la fine del 1947, furono ancora mesi di acuto scontro politico, in un quadro che si articolava sempre più attorno alla scelta di campo tra occidente capitalistico ed oriente comunista, nell'infuriare della «guerra fredda».
Alcide De Gasperi, ministro degli Esteri già dal secondo Governo Bonomi ed ancora con Parri e, ad interim, nel Gabinetto da lui stesso presieduto, diveniva sempre più il punto di riferimento degli Stati Uniti; proprio di ritorno da un viaggio in quel Paese egli inaugurò la stagione del «centrismo», estromettendo dal Governo socialisti e comunisti, nel maggio del 1947. Pietro Nenni cercava di governare un Partito Socialista rissoso e diviso sulle scelte di fondo come sempre nel suo passato. Quando l'alleanza ciellenista venne superata e si profilò l'ipotesi di un blocco social-comunista, Nenni prese posizione in questo senso; emerse allora, fra le fila dei riformisti favorevoli al sistema occidentale e democratico, la figura di Giuseppe Saragat, che con la scissione di Palazzo Barberini agli inizi del 1947 fondò il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (poi PSDI). Togliatti manteneva una linea di compromesso, alternando prese di posizione massimalistiche, gradite alla base, con improvvise virate tattiche, mirate a tranquillizzare i ceti medi (così con il voto alla Costituente sull'art. 7 relativo al concordato Stato-Chiesa). Nelle file dei repubblicani andava imponendosi la figura di Ugo La Malfa, già leader della corrente liberaldemocratica del Partito d'Azione, confluito nello storico raggruppamento democratico prefascista dopo il definitivo naufragio di quel partito, nel 1947.
Entrata in vigore il 1° gennaio 1948 la Costituzione repubblicana, il 18 aprile si giunse alla resa dei conti elettorale. Il Fronte popolare social-comunista uscì sconfitto, l'Italia entrò definitivamente nell'area di influenza americana ed occidentale, iniziò la lenta e contraddittoria opera di ricostruzione, in un Paese in rovina e agitato dalla presenza della più forte opposizione antisistema dell'intero mondo occidentale.

Leggi i singoli profili:
- Alcide De Gasperi
- Ugo La Malfa
- Pietro Nenni
- Giuseppe Saragat
- Palmiro Togliatti.


Conclusioni.
 La rassegna dei caratteri dei padri fondatori della Repubblica offre alcuni interessanti elementi di considerazione, in quanto emergono alcuni tratti comuni ai diversi personaggi, al di là delle tante differenze umane e caratteriali.
Innanzitutto, il desiderio di affermazione personale, spinto fino all'individualismo (spesso prolungamenti in alto e in basso, scrittura lanciata, angolosa e tesa); ciò che non può non caratterizzare dei leaders. Così anche è per la perseveranza, l'energia, la tensione allo scopo, la forza di volontà e il coraggio morale (pressione, spazi, tenuta del rigo, acuminazioni, slanci, scrittura rapida, angolosa).
Ciò che inoltre emerge di più è significativamente il controllo dell'emotività (tensione, rigidità, spazi rigidi, tenuta del rigo, scrittura trattenuta). Al contrario, in tutti risalta il savoir faire, la scaltrezza, l'abilità strategica, il senso politico (lacci, nodi, tenuta del rigo, souple). Significativa, infine, per alcuni (De Gasperi, La Malfa, Nenni) la dirittura morale e l'onestà di fondo, ben lontane dallo sfacelo morale che i successori hanno mostrato.
Parallelamente, alcuni caratteri grafologici risaltano come comuni: spazio gestito con lucidità, formniveau alto, scrittura raggruppata o legata, inclinata, progressiva, ricombinata, pressione affermata, a testimonianza di propensione all'azione e mezzi mentali diversificati.
L'analisi grafologica ha però fatto emergere in più, rispetto ad ognuno dei cinque personaggi presi in esame, alcune caratteristiche personali ed umane che la storiografia non ha potuto evidenziare.
Rispetto all'iconografia classica, di De Gasperi si sottolineano maggiormente la solitudine e la determinazione, ma anche esigenze interiori affettive (scrittura sentimento), incapacità di dimostrare slanci, forte sensibilità e rigidità con se stesso.
Su La Malfa emergono l'apertura e la socievolezza, ma anche la personalità rigorosa e inflessibile, critica e polemica, avida di conferme; inoltre, la partecipazione alla vita altrui più mostrata che sentita, per autocompiacenza (tipico sanguigno, personaggio sociale).
Di Nenni si scoprono la componente affettiva molto carente ed il bisogno di calore negato, la sofferenza nella vita privata, elementi tutti bilanciati dalla reattività e dalla voglia di vincere di una personalità brillante.
Saragat evidenzia la natura costruita e compensatoria della nota tendenza all'autoaffermazione, spinta fino alla prepotenza ed all'altezzosità.
Quanto a Togliatti, i disagi interiori, ma anche la meditata strategia, confermano quel ritratto di persona ambigua, gelida e calcolatrice che è stato tramandato. Sul piano intimo, infine, la scrittura rivela un bisogno di affettività (scrittura arrotondata) e di accoglienza molto accentuato.
In ogni caso, nessuno dei caratteri di fondo che di questi cinque protagonisti ci sono stati tramandati risulta messo in dubbio; anzi, ognuno di essi risalta come componente essenziale: la diplomazia e la razionalità di De Gasperi; le aspirazioni e il bisogno di indipendenza di La Malfa; la passionalità idealistica e il desiderio di affermazione di Nenni; l'imperiosità orgogliosa di Saragat; il tatticismo e la grande intelligenza di Togliatti.
Le consonanze tra iconografia tramandata e risultanze dell'analisi grafologica, in conclusione, prevalgono nettamente sulle divergenze o sui motivi di perplessità. I profili che se ne traggono sono plausibili, in quanto non contrastano con i dati già noti ed accertati dalla storiografia.
D'altra parte, essi aggiungono elementi di conoscenza del carattere di questi cinque protagonisti della nostra storia repubblicana, sui quali potrebbe costruirsi, con la ricerca di testimonianze e prove ulteriori, un loro ritratto storico ancor più preciso e dettagliato.
 
Bibliografia
Gli autografi dei protagonisti sono in:
Archivio Centrale dello Stato, Carte Nenni, per gli appunti di Nenni e rispettivamente:
b. 23, fasc. 1280 (De Gasperi);
b. 29, fasc. 1498 (La Malfa);
b. 39, fasc. 1843 (Saragat);
b. 41, fasc. 1927 (Togliatti).
 
Storia:
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Montanelli I.- Cervi M., L'Italia dei due Giovanni, Milano, Rizzoli, 1989.
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Ricci A. G., Aspettando la Repubblica- I Governi della transizione 1943-1946, Roma, Donzelli, 1996.
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Caldoni L., Le acuminazioni: quale interrelazione tra sé e gli altri?, in questa Rivista, 1997, n. 2.
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Mele A., Dispense Ce.S.Graf., Roma, Ed. Ce.S.Graf., s.d.
Mele A., Il segno nel simbolo, estratto seminario, Roma, Ed. Ce.S.Graf. 2000
Mele A., Il tratto, questo sconosciuto, in questa Rivista, 1997, n. 3 e 1998, n. 6.
Mele A., Tipi psicologici Junghiani, in questa Rivista, 1999, n. 9
 

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