La scena del crimine e il ruolo del grafologo

Autore: Rocco Freda

La scena del crimine e il ruolo del grafologo In vista dell’evoluzione e dell’apporto della scienza al processo penale, nonché il ruolo sempre più determinante che sta assumendo la prova scientifica, risulta esser particolarmente significativo, considerando i casi di cronaca nera nell’ultimo ventennio irrisolti o giunti ad un giudicato abbastanza discutibile, l’attenzione e lo studio sull’attività tecnico-scientifica e giuridica inerente il c.d. “sopralluogo giudiziario”, nonché le figure professionali che intervengono, sullo sfondo della normativa processuale.
 
Tra i vari settori in cui la figura del grafologo può operare, certamente va menzionata anche la possibilità che possa intervenire sulla “scena criminis” nelle vesti di consulente della parte pubblica o privata, oppure mediante attività ex post, ai sensi dell’art. 233 c.p.p.
  Partendo dal dato normativo del codice di rito, non vi è una esplicita definizione del “sopralluogo giudiziario”, seppur la normativa in questione è disciplinata in modo frastagliato in alcune norme e non univoca, poiché quando il legislatore del 1988 ha cercato di disciplinare la fase in questione, non ha considerato l’apporto determinante della scienza nel processo penale e delle indagini tecniche-scientifiche ed il valore cardine della prova scientifica.
 
Oggi il connubio diritto-scienza appare sempre più indissolubile per la risoluzione dei processi e gli “errori” potenziali nella fase delle indagini preliminari e, in specie sulla scena del crimine, possono risultare determinanti nella successiva fase dibattimentale.
 
Il termine “sopralluogo giudiziario” [1] sta indicare “il punto di partenza di ogni indagine della polizia giudiziaria”, grazie ad un’attività coordinata tra p.g., magistratura, polizia scientifica, operatori di primo intervento e medici legali.
 
Nella realtà giudiziaria viene utilizzato per identificare una complessa attività tecnico-scientifica sulla scena del crimine, consistente nella raccolta di tracce, rilievi ed accertamenti tecnici con le apposite strumentazioni metodologiche e la relativa documentazione della scena e dell’attività svolta (e di eventuali sequestri).
 
Della terminologia in questione se ne fa largo uso in dottrina e giurisprudenza, rappresentando ogni attività riconducibile ad accertamenti e rilievi “in loco”.
 
In realtà consistendo in una attività complessa, che non indica un preciso atto investigativo o una specifica indagine, sarebbe più opportuno in tema investigativo-giuridico sostituirla con “esame della scena del crimine”.
 
In tale attività complessa emergono finalità professionali diverse tra loro: gli operatori di primo intervento (soccorritori del 118) tendono a salvare le vite presenti sulla scena criminis; gli operatori di polizia giudiziaria, ai sensi dell’art. 348 c.p.p., nell’impossibilità immediata del pubblico ministero di intervento o di conduzione delle indagini cristallizzano la scena e compiono, nel caso, rilievi e sequestri preventivi da comunicare all’autorità giudiziaria; la polizia scientifica che procede ai rilievi e alla repertazione di tutto ciò che concerne la scena; il medico legale, il quale interviene svolgendo i rilievi opportuni, nonché l’esame esterno sui corpi deceduti rinvenuti ed eventuale e successiva autopsia; i difensori dell’ indagato, ai sensi delle norme che disciplinano le indagini difensive possono recarsi sulla scena con propri consulenti tecnici (tra cui il grafologo) muniti di apposito mandato “per procedere alla loro descrizione o per eseguire rilievi tecnici, grafici, planimetrici, fotografici o audiovisivi”, ai sensi dell’art. 391 sexies c.p.p.
 
I rilievi consistono nell’ attività di osservazione dello stato dei luoghi, delle cose o delle persone, nonché nella descrizione delle tracce o degli effetti materiali del fatto-reato (art. 354, co. 2, c.p.p.).
 
Si tratta di atti non ripetibili aventi lo scopo di acquisire in via immediata e con «elaborazione critica elementare» i dati della realtà, ovvero «materiale probatorio grezzo, destinato ad essere rielaborato in sede di indagini tecniche e peritali» [2], a differenza degli accertamenti, i quali si concretizzano in operazioni di natura critico-valutativa che richiedono particolari competenze tecniche-scientifiche da applicare al caso di specie.
 
In tale tematica non si può non citare un principio cardine che permea l’intera attività in questione, ovvero il principio di Locard, che costituisce un dogma per la criminalistica ed un metodo scientifico-filosofico di approccio, secondo cui quando due oggetti entrano in contatto, ognuno lascia sull’altro qualcosa di sé e, quindi, un individuo che commette un crimine lascia qualcosa di sé sulla scena del crimine e, parallelamente, qualcosa del luogo del delitto rimane sul reo.
 
Da ciò si desume la nozione di traccia, ove secondo Shaler, per essa si intende tutto ciò che potrebbe essere di supporto alla ricostruzione della vicenda criminale, in quanto consente di provare se un crimine sia stato effettivamente commesso, stabilendo collegamenti tra cose, persone, oggetti.
 
Per attività CSI, infatti, si intende quella che s’incentra sulle attività d’indagine esercitate sulla scena del crimine, inerenti l’esame del contesto ambientale e delle tracce, volte a fornire allo specialista lo strumento per comprendere quando ci si trova di fronte ad una traccia significativa ovvero ad un elemento non rilevante per l’indagine.
 
Con il termine repertamento (o repertazione) si fa riferimento ad un complesso di attività di carattere tecnico-scientifico che ha come fine quello della raccolta e conservazione delle tracce per assicurarne la presenza e l’integrità nelle varie fasi del processo, le cui più importanti sono: la raccolta a mano; la raccolta con pipetta; raccolta con nastro adesivo; raccolta mezzo spazzola; raccolta a mezzo aspirazione; raccolta a mezzo tampone.
 
Per quanto concerne l’aspetto giuridico la traccia di reato può costituire fonte di prova, ovvero contenuto potenzialmente utile al procedimento penale, fermo restando il principio basilare che deve esser alla base di chi interviene sulla scena del crimine, ovvero che la prova penale si forma in dibattimento.
 
Proprio per questo, quasi tutte le attività svolte in tale fase sono connotate dalla irripetibilità, che attiene allo “status” dell’operazione nel suo complesso, ovvero atti che non possono esser più svolti o ripetuti successivamente, connotati dalla immodificabilità degli stessi per via della loro natura e del contesto in cui sono rinvenuti (si pensi al repertamento di tracce biologiche rinvenute sulla scena) e dall’urgenza, ovvero l’impellenza che tali operazioni non possano essere rimandate stante il pericolo del mutamento dei luoghi o delle tracce e, pertanto, confluiscono, ai sensi dell’ art. 431 c.p.p., direttamente nel fascicolo del dibattimento.
 
La non ripetibilità, ad ogni modo, può derivare da varie situazioni:
 
1) l’accertamento tecnico riguarda persone, cose o luoghi «il cui stato può essere soggetto a modificazione» (art. 360, co. 1, c.p.p.);
 
2) può essere lo stesso accertamento a determinare la modifica di cose, luoghi o persone (art. 117 disp. att.). In detti casi il pubblico ministero deve dare un previo avviso all’indagato, all’offeso ed ai difensori in quanto costoro possono nominare consulenti tecnici come avviene per la perizia.
 
L’indagato (qualora vi fosse) privo del difensore è avvisato che è assistito da un difensore d’ ufficio, ma che può nominarne uno di fiducia.
 
I difensori, nonché i consulenti tecnici eventualmente nominati, hanno diritto di assistere al conferimento dell’incarico, di partecipare agli accertamenti e di formulare osservazioni e riserve.
 
Pertanto, tutti i “first responders”, ovvero gli operatori di primo intervento, i quali sono coloro che intervengono per primi sulla scena del crimine (si pensi ad uno scenario incendiario ove i primi operatori ad intervenire sono i soccorritori dei vigili del fuoco), devono utilizzare una apposita metodologia tecnica che possa rispondere alle finalità dell’intervento, ma allo stesso tempo, non contaminare od inquinare la scena, in quanto ciò risulterebbe una alterazione o introduzione sulla scena di informazioni/danneggiamenti delle tracce rinvenute anche sul singolo reperto, il quale, sebbene contaminato non è inutilizzabile, ma ha perso la sua originalità.
 
Tuttavia, come iniziano le indagini sulla scena del crimine e come si giunge “in loco”?
 
Tutto ha inizio con la notizia di reato, la quale è un’informazione che permette alla polizia giudiziaria ed al pubblico ministero di venire a conoscenza di un illecito penale.
 
Il nostro ordinamento riconosce alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero, nell’ambito delle rispettive funzioni, gli organi adibiti allo svolgimento delle attività di indagini.
 
La notizia di reato produce tre effetti:
 
1) segna il passaggio dalla funzione di polizia di sicurezza alla funzione di polizia giudiziaria;
 
2) impone alla polizia giudiziaria, che abbia appreso la notizia, di informarne il pubblico ministero;
 
3) impone a quest’ultimo l’obbligo di provvedere alla immediata iscrizione della notizia nel «registro notizie di reato» (art. 335).
 
Acquisita la notizia di reato, infatti, la polizia giudiziaria, senza ritardo, ai sensi dell’art. 347 c.p.p. riferisce al pubblico ministero, per iscritto, gli elementi essenziali del fatto e gli altri elementi sino ad allora raccolti, indicando le fonti di prova e le attività compiute, delle quali trasmette la relativa documentazione.
 
In tal caso la p.g. svolge le sue attività dopo aver ricevuto le direttive dal pubblico ministero affidatario dell’incarico.
 
Tale attività può distinguersi in «guidata» o «parallela», ove la prima consiste nella stretta esecuzione delle direttive del pubblico ministero, mentre la seconda indica «tutte le altre attività di indagine per accertare i reati».
 
Tuttavia può accadere che la p.g. possa svolgere la sua attività in modo autonomo: ciò significa che procederà a raccogliere «ogni elemento utile alla ricostruzione del fatto e alla individuazione del colpevole» ex art. 348 c.p.p., prendendo inizio dal momento in cui è pervenuta la notizia di reato e terminando nel momento in cui il pubblico ministero ha impartito le sue direttive.
 
A tal fine procede, fra l’altro a svolgere, se del caso, le seguenti operazioni:
 
a) ricerca delle cose e delle tracce pertinenti al reato nonché alla conservazione di esse e dello stato dei luoghi;
 
b) ricerca delle persone in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti;
 
c) al compimento degli atti indicati negli articoli seguenti.
 
La polizia giudiziaria, quando, di propria iniziativa o a seguito di delega del pubblico ministero, compie atti od operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, può avvalersi di persone idonee le quali non possono rifiutare la propria opera (c.d. ausiliario di polizia giudiziaria).
 
Ben può accadere che sulla scena del crimine possa esser rinvenuto un documento cartaceo (sia esso una lettera, un assegno, ecc) appartenente o si presume possa appartenere al cadavere ritrovato (si pensi ad uno scenario suicidiario, ove accanto o negli abiti indossati dal deceduto venga ritrovato un documento che racchiude le sue ultime volontà).
 
Oppure, nei sempre più frequenti casi di stalking, spesso culminanti in omicidi, possono essere ritrovate lettere anonime [3], che il presunto stalker era dedito “inviare” alla vittima.
 
In tali casi il ruolo del grafologo, quale figura professionale, in virtù delle sue competenze, potrà svolgere un ruolo tecnico-scientifico molto importante, al quale potrà esser demandato il quesito dal pubblico ministero ex art. 359 c.p.p., rubricato “Il consulente tecnico del pubblico ministero”, oppure in veste di ausiliario dalla polizia giudiziaria, ritenuto opportuno per verificare se lo scritto rinvenuto “in loco” possa esser attribuibile, sulla base di un’attenta valutazione con gli scritti di comparazione, al deceduto.
 
Sarà molto importante per tutte le considerazioni sopra riportate, che il repertamento del singolo o dei documenti rinvenuti avvenga nel migliore dei modi, utilizzando la miglior “best practice” consentita (venendo raccolti a mano), così da consentire al grafologo, in qualunque veste esso nominato, anche come appartenente alla polizia scientifica, di effettuare tutte le valutazioni tecnico-scientifiche con apposita strumentazione sulla pressione, il ritmo, e tutti gli elementi (connotati generali, particolari e contrassegni) necessari per una indagine grafologica.
 
Sul piano prettamente normativo, il codice di rito non fornisce esplicita definizione di documento, tuttavia, per esso si intende quella rappresentazione di un atto o di un fatto che è incorporata su di una base materiale con metodo analogico o digitale e comprende quattro elementi: il fatto rappresentato ( in cui sono ricompresi sia «i fatti, persone o cose», ai quali fa riferimento l’art. 234 c.p.p., sia i contenuti di pensiero che sono espressi nelle dichiarazioni di scienza o di volontà); la rappresentazione (intesa come riproduzione di un fatto, parole, immagini, suoni e gesti); l’incorporamento, ovvero l’operazione mediante la quale la rappresentazione è fissata su di una base materiale (l’art. 234 cita la scrittura accanto alla fotografia, fonografia, cinematografia, ma lascia che l’incorporazione possa avvenire con qualsiasi altro mezzo; la base materiale (ove è incorporata la rappresentazione, che può essere la più varia).
 
Il codice, pertanto, fornisce un requisito positivo ed uno negativo ai fini della definizione di documento.
 
Il requisito positivo è indicato nell’art. 234, co. 1: perché vi sia un documento è sufficiente uno scritto o altro oggetto idoneo a rappresentare un fatto, una persona o una cosa.
 
Il requisito negativo si ricava dalla sistematica del codice, secondo cui l’oggetto rappresentato deve essere un atto o un fatto differente dagli atti processuali compiuti nel procedimento nel quale il documento è acquisito.
 
Il documento, in qualità di mezzo di prova, è, salvo i limiti previsti dal codice, utilizzabile in dibattimento. [4]
 
Ad ogni modo, l'art. 234, 2° co. dispone che il documento debba essere acquisito ed utilizzato in originale, consentendo, tuttavia, l'acquisizione in copia nelle ipotesi in cui - casualmente o volontariamente - l'originale sia stato distrutto, smarrito o sottratto e ne sia impossibile il recupero.
 
Un ultimo principio cardine in materia di documenti e della loro valenza ed utilizzabilità probatoria, è rinvenibile nell’ art. 235 c.p.p., ove “i documenti che costituiscono corpo del reato devono essere acquisiti qualunque sia la persona che li abbia formati o li detenga.».
 
Ciò significa che i documenti i quali costituiscono corpo del reato (nozione comprensiva di tutte le cose sulle quali o mediante le quali il reato è stato commesso e di quelle che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo) debbano essere acquisiti qualunque sia la persona che li abbia formati o li detenga ed andranno a confluire nel fascicolo del dibattimento, ai sensi dell’art. 431 ed in tal caso non occorre che il giudice effettui alcuna valutazione sulla loro superfluità o irrilevanza ai sensi dell'art. 190, 1° co.
 
In ultimo, il grafologo, oltre che per la parte pubblica del processo, può intervenire sulla scena del crimine in qualità di consulente tecnico dell’indagato e/o dell’ imputato (ove vi fosse) o per svolgere, con apposito mandato, attività di indagine difensiva.
 
Con la legge n. 397 del 07/12/2000 sono state introdotte nel codice di procedura penale le indagini difensive che può svolgere il difensore dell’indagato, avvalendosi di sostituti, investigatori privati autorizzati e consulenti tecnici, al fine di raggiungere una “parità di armi” tra le indagini della parte pubblica e quella privata, facendo sì che la formazione della prova nel processo penale non sia solo ed esclusivamente a carico del p.m., ma anche dell’indagato/imputato.
 
L’art. 327 bis, norma cardine in tema di indagine difensive, cita espressamente che “fin dal momento dell’incarico professionale, risultante da atto scritto, il difensore ha facoltà di svolgere investigazioni per ricercare ed individuare elementi di prova a favore del proprio assistito, nelle forme e per le finalità stabilite nel titolo VI bis del presente libro” ed, infatti, tale disposizione viene collocata nel Libro V del codice di rito, immediatamente dopo l’art. 327, rubricato “Direzione delle indagini preliminari” del pubblico ministero, volendo, pertanto, affermare i diritti e le facoltà investigative del difensore accanto a quelle del p.m. [5]
 
Il 3° co. del medesimo articolo cita che sono autorizzati a svolgere attività investigativa su incarico del difensore: il sostituto, gli investigatori privati autorizzati e i consulenti tecnici.
 
Con la normativa in tema di indagini difensive si è voluto attuare nel nostro ordinamento il “diritto a difendersi”, concretizzando le fonti sovrannazionali quali l’art. 6 della CEDU (che elenca i diritti di ogni accusato), nonché l’art. 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e l’art. 48 della Carta dei Diritti dell’ Unione Europea e ad attuare l’art. 24 della Costituzione, il quale “si configura come possibilità effettiva dell’assistenza tecnica e professionale nello svolgimento di qualsiasi processo, in modo che venga assicurato il contraddittorio e venga rimosso ogni ostacolo a far valere le istanze e le ragioni delle stesse» [6].
 
Con il titolo VI bis del codice, dall’art 391 bis fino al 391 decies, sono disciplinate le investigazioni difensive, nonchè i poteri e le facoltà del difensore, degli investigatori privati autorizzati e dei consulenti tecnici.
 
La possibilità di svolgere indagini difensive può essere anche preventiva, ai sensi dell’art. 391 nonies, ovvero nella possibilità ed eventualità che si instauri un processo penale, il difensore può svolgere attività investigativa, compiendo tutti gli atti per cui non è prevista l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.
 
Nel caso di specie, per quel che concerne il grafologo e la sua attività sulla scena del crimine, ai sensi dell’art. 391 sexies, in combinato con l’art. 327 bis c.p.p, in qualità di consulente tecnico della difesa prontamente nominato dal difensore, può recarsi presso il “ locus commissi delicti” con apposito mandato e redigere un verbale nel quale sono riportati:
a) la data ed il luogo dell'accesso;  
b) le proprie generalità e quelle delle persone intervenute;
c) la descrizione dello stato dei luoghi e delle cose;
d) l'indicazione degli eventuali rilievi tecnici, grafici, planimetrici, fotografici o audiovisivi eseguiti, che fanno parte integrante dell'atto e sono allegati al medesimo. Il verbale è sottoscritto dalle persone intervenute.

 
Ai sensi dell’art. 391 septies c.p.p., se si tratta di luogo non aperto al pubblico o privato, è necessaria autorizzazione del giudice.
 
Inoltre, il grafologo, ai sensi dell’art. 233 c.p.p., rubricato “Consulenza tecnica fuori dei casi di perizia” che disciplina la c.d. “consulenza extraperitale”, ovvero quella di cui le parti private possono avvalersi anche laddove non è stata disposta la perizia dal giudice “in numero non superiore a due i propri consulenti tecnici”, può:
1) esaminare le cose sequestrate;
2) intervenire alle ispezioni (al fine di assicurare il pieno diritto di difesa, è ora consentito anche al consulente tecnico di partecipare alle ispezioni e, si deve ritenere, che agli atti di indagine non partecipa più soltanto il difensore, eliminando così la contraddizione di consentire la partecipazione esclusivamente a chi, tendenzialmente, non ha le conoscenze tecnico-scientifiche inerenti le operazioni;
3) esaminare l’oggetto delle ispezioni, ove il consulente non sia intervenuto (sulla scia dell'ampliamento del diritto all'effettività della tutela giurisdizionale, il consulente ha diritto ad esaminare l'oggetto delle ispezioni anche se non vi ha partecipato, ed anche se non sia intervenuto alcun sequestro).
 
Seppur formalmente il codice non attribuisce alla consulenza tecnica la natura di mezzo di prova, seppur tale natura è stata espressamente riconosciuta in modo espresso dalla Corte Cost. (sentenza n. 33 del 1999), secondo la quale i consulenti di parte possono fornire al giudice elementi utili per la decisione, rendendo, di fatti, superflua la nomina di un perito. [7]
 
Formalmente il codice non attribuisce alla consulenza tecnica la natura di mezzo di prova, seppur tale natura è stata espressamente riconosciuta in modo espresso dalla Corte Cost. (sentenza n. 33 del 1999), secondo la quale i consulenti di parte possono fornire al giudice elementi utili per la decisione, rendendo, di fatti, superflua la nomina di un perito.
 
Si tratta di un'importante innovazione rispetto al previgente assetto, impostato sulla segretezza delle indagini preliminari, che consentiva al difensore il solo accesso al verbale di sequestro e, soltanto se avesse già formato oggetto di perizia, al materiale sequestrato.
 
Qualora non sia stata disposta ancora l’azione penale l’autorizzazione viene data dal pubblico ministero su richiesta del difensore, ove contro il decreto che respinge la richiesta può essere fatta opposizione al g.i.p.
 
Per concludere questo excursus su tali ed importanti tematiche, sempre più attuali in un processo penale a sua volta sempre più contraddistinto dalla rilevanza probatoria tecnica-scientifica, una riflessione ultima concerne come il ruolo del grafologo, quale figura interdisciplinare, il quale può svolgere un ruolo di grande ausilio anche nelle indagini difensive sulla scena del crimine e con attività ex post disciplinate dal codice di rito.
 
E’ fondamentale, pertanto, che si abbia piena cognizione di quali siano le facoltà ed i poteri che la legge attribuisce ai consulenti tecnici anche in una tematica che oggi non è appieno conosciuta ed approfondita, quali le indagini difensive la cui conoscenza è fondamentale per un consulente tecnico.
 
   
Dott. Avv. Rocco Freda
Grafologo peritale ( C.T.U- Perito penale del Tribunale di Foggia)  
Criminologo ( Master in Criminologia e Psicologia Investigativa- Università degli Studi di Foggia).
 
Articolo pubblicato anche sulla rivista scientifica cartacea "Percorsi Grafologici" ISSN 2038-9418 – editore “Edizioni del Rosone”, edizione Gennaio - Aprile 2017, Testata registrata presso il Tribunale di Foggia, n. 91/1996
 

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Note:  
 
[1] Primo uso del termine “sopralluogo” risale al 1626, ove l’espressione “sopraloco” indicava “l’ispezione di luoghi disposta ed eseguita di persona dall’autorità giudiziaria”, per poi nel 1905 trasformarsi in “sopraluogo” e nel 1908 divenire “sopralluogo”. Sta ad indicare, data la fusione di “sopra” e “luogo”, un accesso ai luoghi.  Nel novecento, il noto medico legale Salvatore Ottolenghi affermava “Non si potrà mai giungere a formulare delle ipotesi sul reato, sulle modalità con le quali si è svolto, se non si sono raccolti i dati di fatto, i quali costituiscono il punto di partenza inconfutabile delle ipotesi” (Ottolenghi, 1907).
 
[2] (Kostoris, I Consulenti tecnici nel processo penale, p. 22, 1993).
 
[3] Cass. pen. Sez. I, 06/11/2000, n. 461, secondo cui “Per documento contenente dichiarazioni anonime, ai sensi dell'art. 240 c.p.p., deve intendersi non quello che sia solo privo di sottoscrizione o di altro valido elemento di identificazione dell'autore, ma quello di cui sia ignota la provenienza. Non può essere, quindi, considerato documento anonimo quello sul quale siano stampati dati che siano stati tratti da un computer utilizzato da un soggetto identificato. (Nella specie, si trattava di dati ricavati dal computer in uso al gestore di un albergo e concernenti le presenze dei militari cui si addebitava di aver ottenuto, sulla base di essi, rimborsi non dovuti)
 
[4] Cass. pen. sez. II, 21 /11/2014 n. 52017, secondo cui “In tema di prova documentale, la copia fotostatica di un documento, per il principio di libertà della prova, quando sia idonea ad assicurare l'accertamento dei fatti, ha valore probatorio anche al di fuori del caso di impossibilità di recupero dell'originale, pur se essa sia priva di certificazione ufficiale di conformità e sia stata disconosciuta dall'imputato.
 
[5] Cass. pen. Sez. V, n. 17689/09., secondo cui “Gli elementi di prova raccolti dal difensore ai sensi dell’art. 391-bis c.p.p. sono equiparabili, quanto ad utilizzabilità e forza probatoria, a quelli raccolti dal pubblico ministero e, pertanto, il giudice al quale essi siano stati direttamente presentati non può limitarsi ad acquisirli, ma deve valutarli unitamente a tutte le altre risultanze del procedimento, spiegando- ove ritenga disattenderli- le relative ragioni con adeguato apparato argomentativo”.
  
[6] Corte cost., 31 maggio 1965, n. 41, in Riv. it. dir. proc. pen., 1965, p. 1089.
 
[7] Corte Cost., sentenza n. 33 del 1999 “Non può essere revocato in dubbio in questa sede che la consulenza extraperitale è suscettibile di assumere pieno valore probatorio non diversamente da una testimonianza e che pertanto il giudice non è vincolato a nominare un perito qualora le conclusioni fornite dai consulenti di parte gli appaiano oggettivamente fondate, esaustive e basate su argomenti convincenti”.

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