La nomina dei consulenti tecnici di parte e la loro attività nel processo penale

Autore: Rocco Freda

La nomina dei consulenti tecnici di parte e la loro attività nel processo penale  In vista dell’evoluzione e dell’apporto della scienza al processo penale, nonché il ruolo sempre più determinante che sta assumendo la prova scientifica, risulta esser particolarmente rilevante l’attività che i consulenti tecnici, assieme al perito, rivestono nel processo.
 
L’aspetto che nell’ordinamento processuale italiano distingue principalmente la consulenza tecnica dalla perizia è il soggetto che può avvalersene, in quanto entrambe consistono in indagini, accertamenti e valutazioni tecniche, come specificato dall’art. 220 c.p.p.; tuttavia mentre il perito viene nominato dal giudice ex art. 221 c.p.p., il consulente tecnico è uno “strumento di ausilio tecnico-scientifico”[1] esclusivo a disposizione  delle parti processuali.
 
Queste, infatti, gli affidano, come precisato dalla Corte di Cassazione, non solo la prestazione di attività materiali richiedenti un certo grado, più o meno elevato di capacità tecnica, ma anche e soprattutto la motivata formulazione di una valutazione critica dei risultati di dette attività. Alla luce delle cognizioni di cui il consulente, in quanto specialista di una determinata materia, deve essere in possesso”.[2]
 
Essendo una figura strettamente legata alle parti, anche il consulente tecnico ha beneficiato indirettamente del più ampio spazio di azione attribuito loro dal codice di procedura penale del 1988, di matrice accusatoria.
 
Riconoscendo, infatti, ad esse un ruolo chiave nella formazione della prova, l’attuale disciplina risulta, pertanto, più favorevole all’esercizio delle funzioni del consulente tecnico.
 
La scelta operata dal nuovo codice di attribuire all’organo dell’azione penale il potere di nominare i propri consulenti tecnici, da un lato, restituisce al perito una posizione di effettiva terzietà, dall’altro, istituendo un rapporto simmetrico tra consulenti tecnici dell’accusa e consulenti tecnici delle parti private, in particolare dell’imputato, determina una implicita rivalutazione di questi ultimi, in passato relegati a svolgere un ruolo subalterno[3].
 
Del resto, nel codice del 1930, le figure dei consulenti tecnici e degli avvocati tendevano a sovrapporsi: i consulenti venivano considerati semplici “difensori tecnici delle parti”, tanto che la loro assenza in dibattimento, diversamente da quanto accadeva per il perito, non comportava sospensioni o rinvii.[4]
 
Proprio sul diritto di difesa, affermato dall’art. 24, co. 1 e 2 Cost., d’altronde, si sono fondati i tentativi della Corte Costituzionale di attribuire alle parti un vero “diritto al consulente tecnico”, ossia il diritto delle parti ad essere affiancati da un esperto che garantisse loro una difesa tecnico- scientifica effettiva[5].
 
Tali indicazioni, insieme ai richiami contenuti nelle Convenzioni internazionali[6]e  agli esempi provenienti dagli ordinamenti stranieri[7], hanno indotto il legislatore del  1988 a compiere una rivoluzione, che valorizzasse i contributi tecnico-scientifici di parte e attribuisse alla consulenza tecnica la valenza di diritto e garanzia dell’accusato.
 
Sulla scia delle indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale[8], il nuovo sistema, innovando rispetto al precedente, ha scelto di attribuire, ai sensi dell’art. 225 c.p.p., rubricato “Nomina del consulente tecnico “ direttamente alla parte la facoltà di nomina del consulente tecnico[9].
 
A differenza del consulente del pubblico ministero, quello delle parti private non deve essere iscritto ad albi o munito di titoli che ne attestino la competenza professionale.
 
Risponde all’interesse della difesa designare consulenti realmente preparati e qualificati nelle diverse discipline (medicina legale, tossicologia, genetica forense, balistica, grafologia, ecc…) che possano rappresentare una “guida per il difensore nell’acquisizione di dati tecnici rilevanti e fornirgli valutazioni tecniche favorevoli alle tesi difensive”[10].
 
Si adotta una filosofia di differenziazione dei contributi specialistici proponendo una variegata gamma di modelli di consulenza tecnica, attraverso figure inedite che presentano differenze di struttura, finalità ed ambito applicativo.[11]
 
Infatti, il metodo di formazione della prova sancito dall’art. 111, comma 4, Cost. esige anche dai consulenti tecnici una “forte e rigorosa professionalità”: le parti hanno “più che mai necessità di disporre consulenti di alta qualificazione, idonei a resistere al contraddittorio della prova”.[12]
 
Peraltro, grazie alla regola, contenuta nell’ art. 99 co. 1 c.p.p., secondo la quale le facoltà e i diritti non esclusivamente personali spettanti all’imputato competono anche al suo difensore, la legittimazione alla nomina del consulente tecnico si estende anche a quest’ultimo[13], salva, in ogni caso, la prevalenza della volontà dell’assistito, come previsto espressamente dal secondo comma.[14]
 
In ordine alla legittimazione della nomina del consulente da parte della persona offesa dal reato, la soluzione offerta dalla dottrina sulla base dell’applicazione analogica della regola che sembrerebbe doversi desumere dall’art. 360 co. 1 c.p.p.,  prevede la legittimazione concorrente dell’offeso e del difensore, con priorità, in caso di contrasto della volontà dell’assistito[15].
 
Ciò perchè la persona offesa non è obbligata ad agire nel procedimento col ministero di un difensore, come emerge dall’uso del verbo servile “può” al co. 1 dell’art. 100 c.p.p., che non richiama, come invece fa il co. 2 per gli enti esponenziali, le disposizioni dell’art. 100  sul patrocinio obbligatorio delle parti private diverse dall’imputato.
 
Per quanto concerne la parte civile, il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria, invece, sembra indispensabile la nomina del consulente ad opera del difensore, considerando che tali soggetti stanno in giudizio col ministero di un difensore, munito di procura speciale, che può compiere e ricevere, nell'interesse della parte assistita, tutti gli atti del procedimento che dalla legge non siano ad essa espressamente riservati (art. 100, co. 4); e ciò perché il ministero difensivo si caratterizza per il fatto che  gli atti della parte, pur capace di stare in giudizio sono compiuti dal difensore nell’esercizio dei propri poteri[16].
 
Benchè nulla sia prescritto riguardo alla forma della nomina, si ritiene, in parallelo a quanto disposto per la nomina del difensore dall’art. 96, co. 2 c.p.p., che la stessa vada fatta con dichiarazione resa consegnata o trasmessa all’autorità procedente[17] e che, nell’ipotesi in cui avvenga fuori udienza, debba essere documentata in modo tale da garantirne l’autenticità.
 
Nell’ottica della tutela dei diritti delle parti ed in sintonia con la diversa struttura processuale del nuovo codice[18]si colloca l’eliminazione delle preclusioni temporali alla nomina dei consulenti tecnici che figuravano nell’art. 323  c.p.p. del 1930: a favorire nomine sollecite residua, peraltro, il disposto dell’ art. 230 co. 4 il quale esclude che dalla nomina dei consulenti tecnici possano derivare ritardi per le operazioni peritali e, più in generale, processuali[19].
 
Pertanto, la nomina del consulente può formalizzarsi, ove non sia stato già indicato nella lista testi ex art. 501, direttamente in udienza, in sede di conferimento d’incarico del perito, ove in contraddittorio con questi, il consulente tecnico (ma anche il difensore ed il P.M.) può presentare al giudice, richieste, osservazioni e riserve che devono essere menzionate nel verbale e concorrono, sempre nell’ottica della speditezza, a delineare correttamente i quesiti peritali formulati dal Giudice.
 
Una volta avviate le operazioni peritali, con la possibilità di nomina del consulente prima dell’ inizio di queste ove non lo sia stato già fatto, con espressa menzione nel verbale delle operazioni, ai consulenti tecnici sono attribuite diverse facoltà per interagire con il perito.
 
Si distingue, sul punto, tra attività deduttiva del consulente, che si sostanzia nella formulazione di osservazioni e riserve, dall’ attività propulsiva, finalizzata allo svolgimento di nuove indagini da parte del perito, ove tutte le istanze dal consulente formulate devono essere riportate nella loro originalità nella relazione peritale, utile anche in sede di valutazione della prova da parte del giudice.
 
Conseguenza peculiare della nuova impostazione è rappresentata dall’attribuzione al perito del potere di decidere autonomamente sulle richieste di nuove indagini, ai sensi del 2° comma.
 
Ove il perito, infatti, non dovesse accogliere le istanze di svolgimento inerenti specifiche indagini peritali, il consulente tecnico avrà, ex lege, la possibilità di rivolgersi al giudice per ottenere una decisione ex art. 228, 4° co.
 
Come ha statuito sul punto la Suprema Corte, poiché le norme contenute nell'art. 230 c.p.p. non esauriscono l'ambito di operatività consentito al consulente di parte, questi legittimamente può svolgere, al di fuori delle vere e proprie operazioni peritali, degli accertamenti e riferirne mediante memoria scritta al giudice, al quale spetta il compito di riconoscere, o non, all' attività svolta dal consulente valore probatorio. Ed invero, al fine di esercitare il diritto alla prova di cui all'art. 190 c.p.p., le parti possono svolgere attività integrativa di indagine, così come previsto dall'art. 38 disp. att. c.p.p. (ora art. 391-bis c.p.p.) sicché i pareri espressi dai consulenti di parte a mezzo di relazione scritta, ritualmente formulata e acquisita agli atti del processo, possono ben essere utilizzati ai fini della decisione[20].
 
Inoltre, in contrapposizione a quella che era stata definita una vessatoria limitazione numerica dell’art. 323 c.p.p. del 1930, la disposizione normativa attuale, per assicurare l’effettività del contraddittorio anche sul piano tecnico, assicura ad ogni parte privata il diritto di farsi assistere da propri consulenti tecnici in numero pari a quello dei periti, in tal modo potendo fronteggiare la frequente diversificazione delle specializzazioni, necessaria per la più adeguata risposta ai quesiti formulati[21].
 
La scelta del legislatore, sebbene non sia scevra da implicazioni negative sotto l’aspetto della speditezza processuale, è stata ritenuta necessaria per salvaguardare pienamente tanto il diritto di difesa quanto il diritto d’azione[22], garantendo che gli ausiliari della parte siano in grado di confrontarsi dialetticamente con il perito ad “armi pari” e permettendo ai consulenti delle parti di partecipare a perizie, affidate a più persone in virtù della complessità delle indagini, anche quando le operazioni peritali ex art. 360 c.p.p. si svolgano contemporaneamente in luoghi diversi.[23]
 
Seppur in assenza di un'esplicita sanzione, si è ritenuto in dottrina[24] che la violazione della prescrizione della parità numerica dei periti, possa essere risolta dal giudice mediante l'invito alla parte in difetto ad eliminare i consulenti in soprannumero o con l'estromissione d'ufficio del consulente nominato per ultimo in ordine temporale.
 
In tema di incompatibilità, il 3° co. dell’art. 225 il 3° comma della norma, estende al consulente tecnico le cause di incapacità ed incompatibilità del perito di cui all'art. 222 c.p.p., escludendo la sola ipotesi di cui alla lett. e: l'aver svolto o lo svolgere la funzione di consulente tecnico non impedisce l'assegnazione di un nuovo incarico[25].
 

Viceversa, la giurisprudenza di legittimità ha di recente ribadito che non trovano, invece, applicazione, neppure in via analogica, nei confronti dei consulenti tecnici del p.m., le ipotesi di incapacità ed incompatibilità dei periti previste dall'art. 225, 3° co., né sussiste alcuna inutilizzabilità degli accertamenti eventualmente compiuti dai consulenti tecnici che si trovino in una delle situazioni di cui all'art. 222.[26]
 
E’ stata, invece, ravvisata l'incompatibilità a prestare l'ufficio di testimone o di consulente tecnico da parte dell'esperto di neuropsichiatria infantile che, nel corso delle indagini preliminari, abbia partecipato, in qualità di ausiliario del p.m., all'assunzione di sommarie informazioni testimoniali rese dal minore offeso dal reato; ciò in quanto tale compito implica una valutazione sull'attendibilità della persona offesa [27].
 
Circa il regime sanzionatorio, la norma in esame non riproduce la previsione di nullità di cui all'art. 222, lasciando aperta la soluzione del caso in cui sia nominato un consulente incapace o incompatibile.
 
  
Dott. Avv. Rocco Freda (Grafologo peritale - C.T.U .- Perito penale del Tribunale di Foggia e 
Criminologo ( Master in Criminologia e Psicologia Investigativa- Università degli Studi di Foggia).


 

Note
 
[1] KOSTORIS, I consulenti tecnici nel processo penale, 1993, p. 22.
 
[2] Cass. pen. Sez. VI, 14/05/1992, in Guariniello, Il processo penale nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, 1994, p. 71.
 
[3] KOSTRORIS, op. cit., p. 22.
 
[4] AMODIO, Perizia e consulenza tecnica nel quadro probatorio del nuovo processo penale, in Cass. Pen., 1989, p. 171, secondo il quale il codice Rocco giudicava l’intervento l’ intervento del consulente tecnico nel processo come un “quid pluris” non necessario, ma “tollerato” per rispetto
formale, verso il diritto di difesa.
 
[5] KOSTROIS, op. cit., p. 28.
 
[6] Corte Cost. 08/06/1983, n. 149, in Giur. Cost., 1983, p. 869.
 
[7] Art. 8 n. 2  della Convenzione Americana sui Diritti dell’uomo del 22 novembre 1969.
 
[8] Corte Cost.., n. 498/1989, in CP, 1990, p. 1254, secondo cui la nomina del consulente tecnico poteva esser effettuata dal difensore “praeter”, ma non “contra voluntatem” dell’assistito.
 
[9] KOSTORIS, op. cit., p.203.
[10] APRILE, Le indagini tecnico- scientifiche: le problematiche giuridiche sulla formazione della prova, in Cass. Pen., 2003, p. 4034.
 
[11] CURTOTTI, I rilievi e gli accertamenti sul locus commissi delicti, in Manuale delle investigazioni sulla scena del crimine a cura di Curtotti- Saravo, 2011, p. 54.
 
[12] R. BRICCHETTI- E. RANDAZZO, Le indagini della difesa dopo la l. 7 dicembre 2000 n. 397, 2001, p. 37 e segg.
 
[13] FRIGO, Il consulente tecnico della difesa nel nuovo processo penale, in  CP, 1990, p. 2177.
 
[14] MANZIONE,  Brevi note sulla presunta obbligatorietà della consulenza tecnica di parte, in CP, 1990, p. 1257.
 
[15] KOSTORIS, op. cit. p. 198.
 
[16] KOSTORIS, op. cit., p. 199.
 
[17] FRIGO, op. cit., p. 2181.
 
[18] MUSSO, op. cit., p. 603.
 
[19] MUSSO, op. cit., p. 603.
 
[20] Cass. pen. Sez. IV, 03/02/2004, n. 14863 (rv. 228596)
 
[21]KOSTORIS, op. cit., p. 199.
 
[22] GIARDA, op. cit. p. 7.
 
[23] GABRIELLI, in La disciplina della perizia e della consulenza tecnica nel processo italiano, 2006, p. 554
 
[24] Scalfati, Consulenza tecnica (dir. proc. pen.), in EG, VIII, 1997,  p. 4
 
[25] GIARDA, op. cit., p. 7, il quale esclude che si possa configurare un'ipotesi di conflitto di interessi con una posizione di ausiliare precedentemente svolta, insorgendo, al limite, una mera questione deontologica.
 
[26] Cass. pen. Sez. III, 07/04/2010, n. 24294, ove “Non trovano applicazione, neppure in via analogica nei confronti dei consulenti tecnici del P.M. le ipotesi di incapacità ed incompatibilità dei periti previste dall'art. 225, comma terzo, cod. proc. pen., nè sussiste alcuna inutilizzabilità degli accertamenti eventualmente compiuti dai consulenti tecnici che si trovino in una delle situazioni di cui all'art. 222 cod. proc. pen.”.
 
[27] Cass. pen. Sez. III, 26/11/2001, in CED, n. 4526

 

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