Io scrivo in stampatello: aspetti grafologici e caratteriali di una scelta

Autore: Barbara Taglioni  

Io scrivo in stampatello: aspetti grafologici e caratteriali di una scelta La scrittura è un segno di riconoscimento personale, come il timbro vocale o le impronte digitali, elementi assolutamente unici e insostituibili, indispensabili per identificare ogni individuo con le sue differenze e peculiarità. Scegliere di scrivere in corsivo piuttosto che in stampatello, ha per la grafologia un significato ben preciso, indica una strategia molto differente  nel vivere la propria quotidianità.

Il termine corsivo deriva dal latino “currere” ed indica la scrittura a mano caratterizzata dall’unione delle lettere e dall’eventuale inclinazione degli assi. La scrittura in corsivo, proprio per la caratteristica del collegamento letterale, si presta con facilità ad una accelerazione del gesto grafico e ad eventuali personalizzazioni rispetto al modello calligrafico imparato a scuola. L’uso del corsivo può significare la scelta di una personalità che si è evoluta raggiungendo un suo equilibrio, scelta che si riflette nella “personalizzazione” delle forme, attraverso cioè un “arricchimento” (aggiunta di elementi grafici) o una “semplificazione” (eliminazione di segni superflui) del modello appreso, fino ad ottenere un risultato che rispecchia e soddisfa il senso estetico e il sentire di chi lo ha prodotto. Nonostante in tempi recenti alcune categorie di professionisti tendano a considerare l’utilizzo del corsivo obsoleto e in declino, esso continua a dimostrarsi attuale ed efficace per la semplicità di utilizzo, la sua dinamicità, nonché l’immediatezza con cui si è portati ad usarlo per annotare ad esempio, velocemente gli appunti.

Al contrario lo stampatello indica una modalità di scrittura che imita i caratteri della stampa, in cui quindi le lettere sono prevalentemente staccate tra loro. Accanto allo stampatello vero e proprio, in cui le lettere sono tutte maiuscole, si situano in tempi recenti le varianti dello script, inteso nel gergo comune come lo stampatello minuscolo, ed in maggior misura il cosiddetto misto-script, miscuglio strano e personalizzato di stampato minuscolo e corsivo. Queste ultime due modalità sono divenute quasi uno standard tra le nuove generazioni.

L’utilizzo dello script di solito si colloca in prevalenza alle soglie dell’adolescenza. In questa fase della crescita i ragazzi hanno già introiettato, automatizzato e in parte personalizzato il modello scolastico e hanno raggiunto la scioltezza del gesto grafico. Ma proprio in concomitanza con questa acquisita sicurezza ha inizio per loro un periodo di crisi, durante il quale vengono messe in discussione tutte le certezze, gli stereotipi, i valori di riferimento ritenuti validi fino a quel momento. Non è raro allora assistere all’abbandono del corsivo da parte dei giovani, che si rifugiano nello script o nel misto-script, con una modalità che vede il prevalere della zona media (parte centrale delle lettere minuscole: a, c, e, i, m ,n, o, r, s, u, v, z, e gli ovali delle lettere d, g, q): questa tende ad ingrandirsi e a gonfiarsi fino ad inglobare gli allunghi superiori ad inferiori delle lettere (b, d, f, g, h, j, k, l, p, q, t, y), quasi ad esprimere da un lato quel bisogno di chiarezza e di sicurezza di cui sentono la mancanza, il loro bisogno di attenzione e la concentrazione su se stessi e sulle loro esigenze; dall’altro il tentativo di controllo sulla loro emotività, da cui si sentono intimamente travolti, e sull’affettività vissuta non sempre in maniera serena. Scrivendo così è come se ci si costruisse una protezione, una difesa dagli attacchi esterni funzionale alla dissimulazione di probabili difficoltà interiori. (da n°1 di Graphomania).


Questa scelta un tempo veniva interpretata dai grafologi come espressione di un periodo di crisi di identità, in cui i giovani si trovano proiettati loro malgrado, che sottolineava la ricerca di se stessi come individui e che, di solito, si concludeva con il raggiungimento della maturità e con il ritorno al corsivo in una forma più personalizzata. Oggi però assistiamo al perdurare dello stampatello, in tutte le sue forme, anche in età adulta, e questo fenomeno sempre più diffuso fa sorgere l’interrogativo se dietro questa “moda” non si nasconda il tentativo di compiacere le richieste di una società in cui tutto si consuma in maniera veloce, in cui ogni desiderio è da soddisfare subito, in cui non vi è posto per l’attesa, insomma l’attuazione dell’”eterna adolescenza”.

In questo contesto vario e articolato si inserisce il dibattito venutosi a sviluppare negli ultimi anni tra pediatri e grafologi. In base alle tesi sostenute dall’Associazione Pediatri, il corsivo è da ritenersi superato ed obsoleto in quanto non corrisponderebbe più alle esigenze ed alle richieste di una società in continua e piena evoluzione, visto anche il grado di sviluppo della tecnologia: computers, telefoni cellulari, i-phone, i-pad, tablet di ultima generazione spopolano come strumenti di comunicazione in ogni ambito, dal professionale al personale, purtroppo prediligendo a volte l’aspetto quantitativo a quello qualitativo. I grafologi, dal canto loro, sono convinti assertori dell’insegnamento del corsivo sin dalle prime classi e del mantenimento dell’esercizio manuale.

Essi discordano da queste considerazioni che considerano un po’ eccessive e esortano gli organismi preposti alla supervisione delle tematiche sull’insegnamento a non privare il singolo individuo della possibilità di esprimere la proprie attitudini e le proprie potenzialità attraverso l’elaborazione e lo sviluppo di una scrittura più personalizzata, operazione che oltretutto permetterebbe di conservare la scioltezza della motricità della mano e la conseguente fluidità del gesto grafico.

Certo non si può affermare se sia meglio scrivere in corsivo anziché in stampatello. Sono modalità differenti che sottendono modi diversi di proiettarsi all’esterno e un diverso modo di relazionarsi con la realtà circostante.
Come abbiamo detto all’inizio, ogni scrittura ci parla dell’unicità di chi l’ha prodotta e del suo bisogno di comunicare: in un caso o nell’altro, l’importante è riuscire nell’intento di esprimersi in piena libertà e consapevolezza.

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