Intelligenza + emozioni...

Intelligenza + emozioni... Intelligenza + emozioni uguale ad intelligenza emotiva? (di Anna Rita Guaitoli)
Nell’epoca delle semplificazioni banalizzate dai nuovi media appare ovvia la conclusione accennata nel titolo.
Peccato che i concetti siano complessi e che nell’epoca attuale si stia assistendo a modificazioni e dell’uno e dell’altro elemento.
Sono possibili riflessioni meno banali e una immersione nel reale che porti ad una indagine utile a chi vuole essere grafologo in quanto professionista coinvolto nella realtà? E’ possibile che qualche nostra riflessione possa essere vantaggiosa per quegli adulti (insegnanti, o genitori), che devono supportare chi sta affrontando la crescita e il caos delle emozioni?     
 
Proviamo intanto a dare a Goleman il riconoscimento dovuto, ma quello più rigoroso: da grande comunicatore ha fatto conoscere a un pubblico vasto le nuove ricerche, così incrementando il concetto delle famose “intelligenze multiple” proposto da Gardner.
Da qui…. è stata tutta ‘intelligenza emotiva’.
Negli ultimi dieci anni, in particolare, parallelamente all'esplosione di studi scientifici sull'emozione, sono cresciute scuole e “docenti” pronti a vendere il prodotto “intelligenza emotiva”: come si apprende, come utilizzarla nelle scuole, come sfruttarla per il lavoro, come usarla per essere felici….
Peccato che intelligenza emotiva NON è emozione. Che, per definirla, sarà obbligatorio il riferimento a specifiche abilità mentali. Che queste abilità dovranno poi essere associate a pluralità di competenze.
La popolarità dell'Intelligenza Emotiva è diventata, insomma, la causa di approssimazioni che hanno portato al determinarsi di falsi miti, infondate speranze.
Eppure il suo valore a livello applicativo, pratico, è indubbio.
Chi ha lavorato con i ragazzi che crescono, nelle scuole, nelle aule, sa bene quanto sia importante padroneggiare questi strumenti conoscitivi che, comunque, si sono rivelati di grande aiuto per aiutare a crescere: e prima di tutto a conoscersi.
Può, dicevo, essere di aiuto ai grafologi? Se, anche in questo senso, non si seguono false speranze, e se si lavora sulle singole abilità, io credo di sì. Ne è stata prova, almeno nella mia esperienza, il lavoro sul bullismo: individuare e analizzare a livello grafico le specifiche competenze della “intelligenza emotiva”, ha permesso di avere più punti di appoggio per intervenire nel concreto.
Anche perché è aspetto spesso sottovalutato, e secondo me il più affascinante, il fatto che l’intelligenza emotiva possa, almeno in parte, modificarsi, potenziarsi. Ma sono una illusa se - abbandonati nei rifiuti i tanti manualetti -  tra gli strumenti di aiuto vado a considerare il valore della parola che si fa racconto, fiaba o romanzo che siano?
Volete la solita parola inglese? Eccone due: experience-taking. Forse sarà interessante vederne il senso nell’ambito di una “educazione” di quelle emozioni che confusamente sono in tutti noi.
E noi vogliamo che i nostri ragazzi aprano la mente per vederle, le loro emozioni. Perché non vogliamo che siano “Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”, come nella splendida creazione letteraria-metafora di Saramago.

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