Il peso dell’Io incosciente nella scrittura

Autore: Argante Franza

Il peso dell’Io incosciente nella scrittura Il mondo va, corre inafferrabile; ogni giorno è senza tempo e questo divenire è superato solo dalla necessità di porre dei punti di riferimento. Occorre fissare il mondo nella sua storia, collocare e rendere la conoscenza determinabile, individuata e strettamente correlata non solo al successo, alla immagine di chi la detiene e la propone non come individuo singolo, ma come espressione sociale di un animo nobile e altruista, capace di amare l’altro da se mettendo a disposizione di tutti la propria unicità.

Abbisogna dunque, non solo osare per fare la storia, ma segnare e “firmare” i limiti dell’uomo per raggiungere il firmamento dell’universalità, così da ritrovare un giusto posto e un immane, concreto significato di sé attraverso la comunicazione della ormai, dimenticata per molti, “manoscrittura”.
 
Ma nel mentre siamo distratti da tutto ciò che ci circonda nell’accesa speranza di essere notati, capiti, amati e desiderati ci allontaniamo sempre più da noi stessi e ciò che realmente siamo, pur lasciando delle inaspettate tracce, che se fossero esaminate in un contesto criminale ci aiuterebbero a comprenderne il significato e il movente magari di un efferato crimine.
 
Noi tutti siamo unici, così come le nostre impronte papillari e non ci accorgiamo che potremmo essere di fatto scoperti anche solo con l’apposizione di una semplice “firma”.
 
Appare questo confronto banale allorquando andiamo a valutare l’uomo quale “animale sociale”eppure è così senza presunzione.
 
Siamo stati, siamo e saremo fino al nostro trapasso una firma, un segno indelebile della storia e della nostra unicità; questa ce la portiamo nel tempo, le esperienze, gli studi, le medesime malattie convivono con noi, dando voce, anche inconsapevolmente al nostro IO.
 
Faccio riferimento a quei segni, non del tutto abbandonati dall’uso smodato della scrittura virtuale”, che caratterizzano il nostro percorso di vita da quando abbiamo preso confidenza con la penna e il calamaio. Ai primordi erano aste, poi ci siamo accostati a riportare sul foglio le lettere singolarmente, fino alla composizione armonica delle stesse con frasi di senso compiuto.
 
E da quell’istante anche la sola pressione su di un foglio, quei segni grafici fatti di curve angolose, gesti piccoli e non fluidi, lettere raggomitolate su se stesse etc., hanno dato vita inconsapevolmente a quel percorso cognitivo che permette appunto di trasporre la scrittura al cuore della personalità umana.
 
È evidente che non è assolutamente mia intenzione di percorrere un irto e avventuroso cammino nel campo della grafologia, senza avere una adeguata preparazione psicologica, ma di certo anche nella polizia scientifica, nell’ambito delle scienze giuridiche, posso dire che quella materia detiene nel mondo della psicologia, del lavoro e in altrettanti settori sociali un meritato posto.
 
In effetti la scrittura, nella sua originalità rappresenta la personalità di ogni individuo.
 
Ogni segno nella sua struttura e articolazione è frutto di una profonda manifestazione dell’IO incosciente. La scrittura è comunicazione, è genialità e non di meno sofferenza interiore.
 
Conoscere i segni è come immergersi nella parte più profonda e nascosta di noi, non sempre accessibile a chi non abbia quella capacità maieutica di ascoltare, osservare e comprendere.
 
Orbene, anche la grafologia ha dei sostenitori, degli studiosi che ne alimentano le caratteristiche e attraverso metodi e procedimenti tecnici pratici, è anche di supporto al nostro diritto.
 
In effetti, attraverso l’esame dei segni grafici, è possibile, ad esempio nell’ambito giudiziario/forense a mezzo di perizie e consulenze, supportare l’attività dei pubblici ministeri e dei giudici, nonché su impulso delle parti interessate, in caso di testamenti falsificati, rilevare firme disconosciute, dissimulate o alterate anche con strumenti meccanici.
 
 
Clicca qui per leggere l’articolo completo.


Categorie correlate