Il cyberstalking: il lato oscuro della rete

Autore: Rocco Freda

Il cyberstalking: il lato oscuro della rete Inquadramento normativo e profili critici

Il fenomeno del cd. cyberstalking ha preso sempre più piede in epoca moderna, soprattutto grazie all’evoluzione tecnologica ed al costante, massiccio e giornaliero utilizzo di internet, chat, social network, newsletters e message boards, nonché  dei social.

Sebbene, in generale, numerosi siano i risvolti positivi che l’utilizzo di tali strumenti abbiano apportato porta nella vita di ogni consociato, su tutti una maggiore interattività con  scambio rapido di informazioni tra gli utenti,  risultano sempre più frequenti i casi in cui il soggetto utilizzi la tecnologia in maniera eccessiva e compulsiva, perdendo di vista l’uso che ne si dovrebbe fare, così perpetrando condotte moleste e persecutorie che spesso integrano il cd. reato di stalking mediante la tecnologia informatica e telematica.

Occorre precisare che non esiste nel codice penale o in altra fonte giuridica una definizione vera e propria di cyberstalking. Per inquadrare la natura giuridica del reato in esame occorre, de facto,  procedere ad un excursus inerente la fattispecie normativa del reato di stalking.

Giova ricordare che lo stalking  è un termine di origine inglese (to stalk, letteralmente vuol dire “fare la posta”) introdotto nell’ordinamento italiano, mediante il d.l. n. 11/2009, convertito dalla l. n. 38/2009, con l’art. 612-bis c.p., rubricato “atti persecutori”.
Tale disposizione normativa letteralmente punisce chiunque “con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Tali  condotte reiterate, minacciose o moleste, devono, pertanto,  cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima, oppure un fondato timore per l'incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata alla vittima da una relazione affettiva o l'alterazione delle abitudini di vita della persona offesa.

Come pacificamente  conclamato in giurisprudenza (C. pen., Sez. V, 14.7.2015-17.2.2016, n. 6455),  non è necessaria una lunga sequela di azioni delittuose, essendo sufficiente che le condotte violente o minacciose siano di numero e consistenza tali da ingenerare nella vittima il fondato timore di subire offesa alla propria integrità fisica o morale e da provocare nella stessa un perdurante e grave stato di ansia, ovvero un fondato timore per l'incolumità propria o anche di un proprio congiunto. Tale requisito sembra integrato ove la pluralità di condotte si verifichi in tempi e contesti differenti). Altrimenti, troverebbero applicazione le meno gravi fattispecie di violenza privata, minaccia o molestia, eventualmente in forma continuata

La norma di cui all’art. 612 bis cp non disciplina espressamente il reato di cyberstalking, posto che la stessa si limita al 2° co., solo a prevedere un aumento di pena, in via generale, se il fatto è commesso attraverso l’uso di strumenti informatici o telematici.
Pertanto, appare più difficoltoso ricondurre il reato di cyberstalking in quello di stalking, poiché non tutti gli elementi costitutivi del primo rientrerebbero tra quelli tipizzati dall’art. 612 bis cp a causa della diversa natura dei comportamenti assunti dal reo, definito “cyberstalker“, in quanto quest’ultimo, inoltre, risulta spesso di difficile identificazione.
Egli, infatti, il più delle volte, commette il reato in parola celandosi dietro anonimato e false identità, magari creando profili fake o introducendosi nel sistema informatico della vittima con programmi atti ad assumerne il controllo (trojan horses) o a danneggiarlo (virus); lo stesso, poi, può rubare l’identità del perseguitato spendendo il relativo nome in rete (chat, newsletters, message boards) e associandovi contenuti o frasi lesive della sua dignità.
A tutto ciò, vi è da aggiungere che il locus commissi delicti, ovvero il luogo di consumazione del reato, non si presenta come fisico, ma puramente virtuale, in quanto l’ambiente del cyberspazio consente al cyberstalker di superare le proprie inibizioni personali ed il carattere di anonimato fa sì che il molestatore superi qualsiasi “dubbio” sulla propria condotta, così perpetuandola.
 
Pertanto, costui, forte di questa “protezione anonima informatica”, si trova a dover perpetrare numerose condotte assurgibili a rango di reato, proprio perché non ha un contatto diretto con la vittima, ma opera entro lo spazio cibernetico, dove per lo stesso tutto può essere lecito e non facilmente sottoponibile a controllo.
 
La mancanza di una norma ad hoc, disciplinante il reato in esame, ha portato la giurisprudenza a pronunciarsi, al riguardo, con diverse sentenze.
In primis la Suprema Corte, chiamata a disquisire sulla riconducibilità del cyberstalking entro lo schema del reato di cui all’art. 612 bis c.p., ha statuito che “Gli atti di molestia, reiterati, idonei a configurare il delitto di stalking ex art. 612 bis c.p. possono concretarsi non solo in telefonate, invii di buste, sms, e-mail, nonché di messaggi tramite internet, anche nell’ufficio dove la persona offesa prestava il suo lavoro, ma consistere anche nella trasmissione da parte dell’indagato, tramite facebook, di un filmato che ritraeva un rapporto sessuale tra lui e la donna”.

Nel caso sottoposto ai giudici di legittimità, tali condotte avevano provocato nella vittima un grave stato di ansia e di vergogna che l’avevano costretta a dimettersi dal lavoro (sent. Cass.pen., sez. VI n. 32404 del 2010).
In più di un episodio, poi, la Corte di Cassazione ha ricondotto casi di persecuzioni e minacce, attuati attraverso strumenti informatici, al reato di stalking ( per tutte sent. Cass. n. 36894/2015).
Con una successiva pronuncia la  stessa ha, poi, ribadito il principio  secondo il quale insultare e inviare messaggi minatori su Facebook alle stesse persone, può integrare il reato di stalking e non quello meno grave di diffamazione, se le azioni sono in grado di provocare uno stato di ansia e di paura nei destinatari, tanto da creare in loro un grave stato di ansia e il timore per la propria incolumità (Cass., sent. n. 21407, del 23.05.2016).

A ben vedere, la Corte di Cassazione si è pronunciata in maniera costante e pacifica sull’argomento, facendo confluire le condotte di cyberstalking entro i confini delineati dalla norma sullo stalking attuato attraverso l’utilizzo di strumenti informatici e telematici, non ultima la sentenza n. 28571/2020, ove la Suprema Corte ha ribadito che anche la persecuzione telematica, perpetrata da un ex partner a mezzo social media configura il reato di stalking ex art. 612 bis c.p.
Ciò, in ragione del fatto che, gli strumenti utilizzati e le modalità di condotta del reo risultavano essere gli stessi di quelli descritti dalla norma di cui all’ art. 612 bis, 2° comma cp.
Forti di ciò, non è stato difficile per gli ermellini dare un fondamento giuridico al reato in parola.

Da un punto di vista della fattispecie incriminatrice, invece, bisogna chiedersi se l’integrazione del comma 2 dell’ art. 612 bis. sia sufficiente come risposta giuridica a tali condotte. Sul punto, è significativa  l’indicazione che arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza del 2020, con cui ha ribadito che la cyberviolenza non può essere trattata alla stregua di casi di violenza comune.

Pertanto, se ciò risulta conforme alla ratio, allora il cyberstalking non dovrebbe essere trattato come i casi di atti persecutori comuni, anche in considerazione della portata delle condotte.

In conclusione, considerato il profiliferarsi sempre più frequente nella nostra società di tali condotte che permeano il cyberstalking,  inquadrate nel genus del reato di stalking, , si auspica un intervento specifico del legislatore,  al quale si chiede di introdurre una norma ad hoc che disciplini il reato di cyberstalking, sulla scia della Legge n. 69 del 19 luglio 2019  che ha introdotto il c.d. revenge porn o della Legge n. 71 del 18 giugno 2017  sul contrasto al c.d. cyberbullismo , quale ulteriore e decisivo passo avanti per garantire una piena tutela alle vittime tanto con un effetto maggiormente dissuasivo verso gli autori, quanto sul piano di maggiori garanzie per chi decide di denunciare.
 

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