Bullismo

Autore: Gabriella Gaglione (Redazione Grafologia)

Bullismo Il bullismo ha assunto negli ultimi anni un grande rilievo sia per la diffusione mediatica sia per la presenza della tecnologia che, molto spesso, amplifica il fenomeno e lo trasforma rendendolo più subdolo e pericoloso.

Gli studiosi di ogni epoca hanno sempre cercato di studiare le problematiche giovanili e ciò che ne concerneva, evidenziando come ci sia stato un peggioramento dell’atteggiamento dei giovani e avanzando critiche perché gli adolescenti oggi risultano essere più maleducati, aggressivi rispetto a quando ad essere giovani erano i loro genitori.

Nel corso dei secoli alcune forme di bullismo sono cambiate, ad esempio il bullismo verso gli omosessuali nell’antica Grecia non esisteva, altre sono rimaste tali.

La parola bullo è stata utilizzata, per la prima volta, nella metà del '500 ed era riferita ad entrambi i sessi. Successivamente, ripresa anche da Shakespeare in una sua opera, iniziò ad essere riferita solo al genere maschile ed aveva una connotazione amichevole. Sul finire del '600 Thomas Shadwell (1689), utilizzò il termine nella sua opera con accezione di “delinquente, brigante”, mentre Daniel Defoe (1706) lo utilizzò per indicare il protettore delle prostitute.

Fino al XIX secolo, il termine bullo ha continuato a mantenere, a grandi linee, un significato positivo ed in particolare di fratello, compagno influenzato, probabilmente, dalla parola scozzese e dall’inglese “bully” che aveva la stessa accezione.

Secondo il New English Dictionary (1888) la parola bully non va intesa come se avesse una accezione negativa ed una positiva; potrebbe essere, semplicemente l’evoluzione del termine. Infatti, il significato positivo di “ruffiano” può essere l’evoluzione di “bravo ragazzo”, l’accezione di “amante” può aver dato origine al significato di “protettore di una prostituta”.

L’origine della parola bullo può essere ricondotta, quindi, a “boel”, dall’olandese, che significa “fratello” e a “bully” che deriva dal sostantivo toro; probabilmente proprio a causa della sua derivazione la parola viene accostata al termine dispregiativo di prepotente (Shariff, 2008).
La prima persona ad utilizzare il termine “bullying”, negli anni ‘70 è Dan Olweus (1973;1978), noto psicologo svedese, e voleva descrivere i comportamenti prepotenti messi in atto fra pari. La sua definizione di bullismo metteva in evidenza azioni offensive, di prevaricazione o vittimizzazione, nei confronti di un compagno, reiterate nel tempo da uno o più compagni (Buccoliero & Maggi, 2017).

I primi studi di Olweus possono essere fatti risalire al 1983, dopo il suicidio di tre studenti norvegesi dovuti, probabilmente, ad una grave forma di bullismo. Questi studi furono pioneristici in tale ambito tanto da attivare, ad opera del Ministero della Pubblica Istruzione Norvegese, una campagna nazionale di prevenzione al bullismo, che, in seguito, prese il nome di “Programma di azione di Prevenzione del bullismo di Olweus” (Olweus Bullying Prevention Program, OBPP), e che fu ampiamente adottato nei paesi nordici. In uno dei suoi primi lavori (1983) egli trovò che il 15% di 130.000 ragazzi norvegesi tra gli 6 e i 15 anni era stato coinvolto in dinamiche di bullismo, in veste di vittima o di bullo (Olweus, 2010; Meluzzi, 2014).

Negli anni Ottanta in Inghilterra il termine “bullying” iniziò ad essere utilizzato nell’accezione che tutti conosciamo: una serie di comportamenti aggressivi messi in atto da ragazzi verso i coetanei (Esposito, 2009). Il bullismo ha assunto, via via, sempre più sfaccettature inquietanti tanto che negli anni ‘80, in Giappone, si sono susseguiti una serie di suicidi tra adolescenti dopo aver subito atti di bullismo. Il fenomeno giapponese ha assunto il nome di ijime (Naito & Gielen, 2005).

Un’altra definizione, sintetica, ma molto efficace, descrive tale fenomeno come “un abuso sistematico di potere” (Smith & Sharp, 1994, p.2), mettendo in evidenza quella che è la relazione tra bullismo, ricerca di potere e dominanza sociale.

Gli elementi che definiscono il fenomeno del bullismo sono, principalmente tre (Olweus,1993,2003):

- Intenzionalità: Il bullo è intenzionato a nuocere, offendere o ledere un altro individuo, o vittima, allo scopo di prevaricare su di esso (Micoli & Puzzo, 2012). Non sempre all’intenzionalità si associa una piena consapevolezza di ciò che si fa, nel senso che i ragazzi possono non essere capaci di comprendere le conseguenze delle loro azioni: questo è proprio il punto su cui si fonda molto del lavoro che si svolge con i bulli e con le vittime (Serafin & Lupidi, 2017);

- Persistenza nel tempo: i comportamenti del bullo, per andare a definire il fenomeno del bullismo, dovrebbero manifestarsi in un arco di tempo più o meno lungo e dovrebbero essere periodici; tuttavia, in alcuni casi il fenomeno può essere anche definito tale se si manifesta un solo episodio (Ascione, 2007). Aspetto strettamente connesso è la pianificazione: difficilmente il bullo reagirà in maniera improvvisa attaccando un coetaneo, ma avrà ben chiaro l’attacco da mettere in atto (Formella & Ricci, 2010).

- Asimmetria: disparità di potere tra vittima e bullo. Questo squilibrio può essere legato ad una maggiore forza fisica del bullo, all’appartenenza sociale, familiare o alle abilità intellettive. La relazione sbilanciata comporta una minore capacità di difesa da parte della vittima (Olweus,1993).Le prime due caratteristiche tipiche del bullismo si riferiscono al comportamento di chi compie l’azione, mentre, l’asimmetria, richiama allo squilibrio presente nella relazione ed è legata ad un uso, da parte del bullo, della forza fisica o da un miglior prestigio sociale (Vaillancourt et al.2009).
 
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BIBLIOGRAFIA
 
- Ascione, M. (2007). Bullismo. Tutela giuridica alla luce della Direttiva Ministeriale n. 16/2007. Macerata: Halley editrice.
- Buccoliero, E., & Maggi, M. (2017). Contrastare il bullismo, il cyberbullismo ei pericoli della rete. Milano: Franco Angeli.
- Formella, Z., & Ricci, A. (2010). Bullismo e dintorni. Le relazioni disagiate nella scuola: Le relazioni disagiate nella scuola. Milano: Franco Angeli.
- Meluzzi, A. (2015). Bullismo e cyberbullismo. Lecce: Imprimatur.
- Naito, T., & Gielen, U. P. (2005). Bullying and Ijime in Japanese schools. In F. L. Denmark, H. H. Krauss, R. W. Wesner, E. Midlarsky & U. P. Gielen (Eds.) Violence in Schools (pp. 169-190). Boston: Springer.
- Olweus, D. (1973). Personality and aggression. In J. K. Cole & D. D. Jensen (Eds.), Nebraska symposium on motivation (pp. 261-321). Lincoln: University of Nebraska Press
- Olweus, D. (1978). Aggression in the schools: Bullies and whipping boys. Lattes: Hemisphere.
- Olweus, D., & Limber, S. P. (1983). Olweus bullying prevention program. In D. Espelage, S. R. Jimerson, & S. M. Swearer (Eds.) Handbook of Bullying in School: An International Perspective (377-401). New York: Routledge.
- Olweus, D., & Limber, S. P. (2010). Bullying in school: evaluation and dissemination of the Olweus Bullying Prevention Program. American Journal of Orthopsychiatry, 80(1), 124-134Olweus, D. (2012). Cyberbullying: An overrated phenomenon. European Journal of Developmental Psychology, 9(5), 520-538.
- Serafin, G., & Lupidi, V. (2017). Che Cos’é Il Bullismo. Raleigh: Lulu.
- Shariff, S. (2008). Cyber-bullying: Issues and solutions for the school, the classroom and the home. New York: Routledge.
- Vaillancourt, T., McDougall, P., Hymel, S., & Sunderani, S. (2009). Rispetto o paura? Il rapporto tra potere e comportamento prepotente. In Manuale di bullismo nelle scuole (pp. 221-232). Routledge.
 

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