Analisi della grafia di Virginia Woolf

Autore: Lidia Fogarolo

Analisi della grafia di Virginia Woolf In che modo poteva acquietare la mente simile “a un alveare di parole che non si posano”, chiedeva Virginia a Leonard Woolf che, per tutta risposta, si innamorò di lei e la volle sposare. E lei, a 30 anni, dopo qualche riflessione sul suo corpo muto come un sasso e sulla sua inettitudine domestica, accettò di chiamarsi Virginia Woolf. Questo matrimonio rappresentò per lei uno scudo e un approdo: il marito cercò di proteggerla in tutti i modi dall’assalto della malattia mentale e la rassicurava sulla sua produzione letteraria. Ma ancora peggiore dell’estenuante fatica dello scrivere, era per lei l’attesa della pubblicazione, quando arrivavano le reazioni dei critici e del pubblico. Al termine del suo romanzo “La crociera”, ad esempio, il suo equilibrio si infranse e per lunghi mesi rimase chiusa in una clinica, sorvegliata a vista.

Nella biografia del nipote Quentin Bell è narrato il primo tentativo di suicidio appena sposata, le tesissime amicizie, la repulsione sessuale e le crisi depressive, ma anche l’affetto per il marito, il piacere della conversazione, l’ansia felice del lavoro (quando erano lontani gli inferni della psicosi).

Virginia Woolf non sapeva essere un personaggio celebre, per quella sua fragilità che il successo non aveva sanato e per la sua ipersensibilità che le impediva di abituarsi alla normale durezza dei rapporti sociali. Geniale anticipatrice di alcune tematiche femministe, rivendicò la diversità del sentimento femminile analizzando con la sua mente lucida la forzatura delle donne dentro il sistema patriarcale.

Nel 1941, quando la malattia mentale si ripresentò in tutto il suo orrore, Virginia, che ne conosceva a memoria i sintomi (la stretta alle tempie, le voci che la chiamavano, l’insonnia, il disgusto per il cibo) sente di non farcela più e decide di incontrare la morte annegandosi.

I begin to hear voices, I can’t concentrate”, scrive Virginia Woolf nella sua ultima lettera, sopra riportata, esprimendo l’ insanabile, ormai insopportabile contraddizione tra il suo bisogno di essere lucida e concentrata nel pensiero, il fatto altrettanto tangibile che alcuni aspetti del suo Io partecipavano di altre strane dimensioni, e l’impossibilità di accettare entrambi nella propria vita. Eppure la sua scrittura rende ragione di questa complessità psicologica, di questi due aspetti apparentemente inconciliabili e opposti.

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Virginia Woolf, grafologicamente, per la presenza del segno Larga tra parole accentuato, appare più portata alla saggistica che al romanzo. Una saggista, però, che non ha la pazienza di leggere prima tutto quello che è stato scritto da altri, per la forza e l’immediatezza del suo pensiero concettuale profondamente originale (Disuguale metodicamente, Larga tra parole, Slanciata): sente la forze delle sue idee e a queste si sforza di dare espressione nel modo più essenziale e incisivo possibile. A dare forza all’originalità c’è anche un buon livello di angolosità, che radica l’individuo nelle sue scelte.

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