Analisi della grafia del poeta Salvatore Quasimodo

Autore: Barbara Taglioni

Analisi della grafia del poeta Salvatore Quasimodo Uomo di grande cultura, nato nella splendida Modica il 20 agosto del 1901, da Gaetano e Clotilde Ragusa, era il secondogenito di quattro figli, e la nonna paterna, Clotilde Papandreu, era figlia di profughi greci originari di Patrasso. Trascorse gli anni della sua infanzia in piccoli paesi della Sicilia Orientale, seguendo gli spostamenti del padre, che era capostazione delle Ferrovie dello Stato e che, per motivi di lavoro, fu trasferito in luoghi diversi, quali Roccalumera, Gela, Cumitini, Trabia, Licata e altri, e infine a Messina, nel 1908, subito dopo il terribile terremoto che colpì la città. A Messina alloggiò per lungo tempo in un carro merci dislocato su un binario morto della stazione ridotta in macerie. Come sappiamo, i primissimi anni di vita sono assolutamente determinanti nella formazione della personalità e del carattere di un individuo, ed è quindi proprio in Sicilia e soprattutto a Messina che Quasimodo, vivendo la tragica esperienza del “dopo sisma”, rimase profondamente segnato nell’animo, rimanendone condizionato nel corso di tutta la sua esperienza futura. Tanta desolazione, l’altissimo numero di morti e la disperazione dei sopravvissuti, le fucilazioni degli sciacalli sorpresi a rubare, restarono per lui un ricordo indelebile. La città di Messina riveste grande importanza per il poeta anche in modo positivo poiché, durante gli anni di studio per conseguire il diploma presso l’Istituto Tecnico “A. M. Jaci” fece la conoscenza di due persone fondamentali per la sua formazione umana e artistica: Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, entrambi giuristi, con i quali avviò un sodalizio che durò poi tutta la vita e che lo avvicinò al mondo della cultura e della politica, a dispetto della sua formazione tecnica. Appena diciannovenne lasciò la sua Sicilia, con la quale però avrebbe sempre mantenuto un legame edipico, e si trasferì dapprima a Roma, dove decise addirittura di modificare l’accentazione del suo cognome: Quasimodo fino ad allora era infatti pronunciato Quasimòdo e invece da quell’anno l’accento sparì, assumendo l’attuale pronuncia sdrucciola. Un’ulteriore svolta decisiva dal punto di vista artistico e lavorativo coincise con il trasferimento a Milano nel 1932, dove Quasimodo, forse per la prima volta, si trovò veramente a far parte di un gruppo di intellettuali, che comprendeva poeti, musicisti, pittori e scultori e che in breve tempo lo portò agli onori della fama. Da quel momento in poi, nonostante gli anni della guerra, egli lavorò moltissimo e la sua carriera fu un susseguirsi di riconoscimenti. Ricordando quelli siciliani non possiamo non citare il premio “Etna-Taormina”, condiviso con Dylan Thomas, e la Cattedra honoris causa conferitagli dall’Università di Messina nel 1960; mentre, tra i riconoscimenti stranieri, ricordiamo il premio Nobel per la Letteratura, ricevuto a Stoccolma nel 1959, e la laurea honoris causa attribuitagli dall’Università di Oxford nel 1967. Nel 1968 fu colpito da emorragia cerebrale mentre si trovava ad Amalfi e morì poche ore dopo in una clinica di Napoli. La sua salma sarà tumulata a Milano nel Cimitero Monumentale. Le poesie di Salvatore Quasimodo sono tradotte in quaranta lingue diverse e sono studiate in tutte le scuole del mondo. Della vita privata del poeta si è sempre parlato molto poco; egli stesso era molto riservato e ne disvelò alcuni aspetti solo attraverso le sue opere. Giovanissimo, all’età di 21 anni, inizia a convivere con Bice Donetti, maggiore di ben 8 anni, che sposerà solo in un secondo tempo, nel 1926. Bice, donna semplice e tranquilla, ancora più riservata del poeta, morirà improvvisamente nel 1946. Di lei abbiamo una testimonianza attraverso le parole di Alessandro Quasimodo (figlio del poeta e della seconda moglie): “Il grande merito di Bice Donetti è stato quello di rimanere nell’ombra tutta la vita, di stare accanto al poeta quando l’ha voluta, di non recriminare mai quando Quasimodo si è formata un’altra famiglia, di capirlo e di amarlo in silenzio”. Durante il matrimonio con la Donetti, il poeta visse un periodo sentimentalmente burrascoso: nel 1931 inizia una relazione con Amelia Spezialetti, già sposata e più maggiore di 2 anni, da cui avrà la figlia Orietta nel 1935. Nel corso dello stesso anno intreccia una travagliata relazione con Sibilla Aleramo, di ben 25 anni più grande di lui!
  Sibilla Aleramo A distanza di due anni dalla morte della prima moglie, nel 1948, Quasimodo si risposa con Maria Cumani, una donna dal temperamento molto diverso da Bice: una danzatrice, con cui ha da tempo una relazione e da cui ha già avuto un figlio nel 1939, Alessandro. Maria è una donna giovane e con lei il poeta incontra forse per la prima volta l’amore autentico.
 
Maria Cumani
Questo matrimonio non facile, soprattutto negli ultimi anni, dura fino al 1960, quando Maria chiede la separazione, seguita da una dolorosa fuga a Roma.
Il poeta non rimase comunque solo, egli ebbe infatti un’altra relazione appassionata, una grande storia d’amore, che lo ossessionò fino alla sua morte.  Si innamorò infatti di Curzia Ferrari, donna dalla spiccata personalità, che egli stesso descrisse nel 1966 (due anni prima della morte) all’amico e poeta Giuseppe Liuccio, in una rara confidenza: “Una giovane signora bruna e passionale, poeta della vita e dell’amore, che mi ha sequestrato il cuore per sempre. È bello essere innamorati, è il segreto per dare senso alla vita e, ricordati: rompere, troncare i rapporti piuttosto che lasciarli imputridire nel pantano della quotidianità. L’amore è bello se è primavera che richiama colori e profumi.” (da Quasimodo amalfitano, di Giuseppe Liuccio).
 
Curzia Ferrari
Per Curzia il poeta perse letteralmente la testa, arrivando a scriverle poesie d’amore sui tovagliolini del bar e a tempestarla di telefonate, roso da una profonda e lacerante gelosia.
Curzia lo definisce “fragile e tormentato”, nonostante il successo mondiale, e lo descrive come “un uomo pieno di fisicità, quella stessa che riempì il nostro rapporto.
Quasimodo le ripeteva in continuazione. “Senza di te, la morte”.
Altamente possessivo, di lei non accettava il suo essere indipendente: era una giornalista, una traduttrice, una lettrice appassionata di Dostoevskij, che si nutriva di letteratura russa e dei suoi temi esistenziali.
Esiste ancora la casa nativa del poeta, a Modica, dove è stato creato il Parco Letterario Quasimodo, allo scopo di far rivivere i suoi luoghi d’origine, da lui tanto amati.
Anche nella città di Messina sono conservati molti scritti originali e documenti riguardanti il poeta presso la Galleria d’arte contemporanea, che ha istituito una mostra permanente già da qualche anno.
Citiamo, per concludere, una frase del figlio Alessandro, che racconta come la migliore definizione di suo padre l’abbia data un giornalista, che scrisse, riferendosi appunto al poeta: “Un ficodindia. Devi stare attento a maneggiarlo perché potresti spinarti, poi una volta entrato nella polpa può anche essere dolce.”


La sua grafia 

La scrittura piccola, misto-script, con semplificazioni e qualche ricombinazione, ci parla di una personalità in cui l’intelligenza vivace, il senso estetico, le doti di intuizione e la sensibilità convivevano con l’inquietudine e l’emotività, che generavano nel poeta ansie e dubbi, pensieri profondi e intensi, che laceravano la quotidianità e gli toglievano la serenità.
Il suo era uno spirito indagatore, tendeva all’isolamento (occupazione a isola) e alla difensiva, con atteggiamenti pessimistici e lunghi silenzi (molto bianco).

I rari momenti di buonumore lo spingevano ad attivarsi con energia e creatività anche se la malinconia e il dialogo interiore erano i suoi “luoghi” preferiti (di calibro piccolo, “t” con trattino breve, giustapposizioni).
Aveva contatti selettivi e prudenti e i pochi eletti che superavano le sue difese diventavano oggetto di amicizie profonde e durature (tratto nutrito, giustapposizioni, finali brevi, spazio tra parole, tipo “nervoso” di Ippocrate).

Le aste storte, le lettere dissociate, le sospensioni, il margine sinistro progressivo, gli ovali ammaccati, le “g” regressive, la firma con il solo cognome e quasi sempre tendente a sinistra, indicano che persistevano problematiche non ben risolte relative all’età dell’infanzia e dell’adolescenza, che contribuivano alla presenza di una vulnerabilità affettiva costante e del persistere di conflitti e di fragilità in ambito sentimentale che lo spingevano ad allontanarsi da un passato di sofferenza.

La sua grafia ci parla di un uomo che ha paura di vivere fino in fondo, di un individuo che, pur essendo alla ricerca di un’agognata sicurezza, in realtà teme di “impegnarsi” realmente, preferendo rinchiudersi in una realtà interiore di sogno, di armonia e di bellezza che non riesce a ritrovare in una quotidianità deludente e faticosa (“l” a bastone alternata a rigonfiamenti).
 

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